Assunta?

Per avviare un corso di formazione interna con finanziamenti pubblici abbiamo bisogno di almeno 5 dipendenti. Quando ho presentato il progetto alla Regione, i dipendenti erano 6. Ma era Luglio 2002. Oggi i dipendenti sono 4. Con 4 dipendenti, il finanziamento decade, sul bando c’era scritto “da un minimo di 5 ad un massimo di 18 allievi, pena l’esclusione”.

Ergo, occorre assumere entro 48 ore un dipendente, anche part time, anche a tempo determinato.

E pare che questa debba essere io. “E non solo, bada bene, perchè ci serve per arraffare soldi” dice con bello stile e con altre parole il Kapo “ma anche per consolidare un rapporto di fiducia ormai scontato bla bla bla impegno a tempo pieno bla bla”.

Sono un pò confusa.

PRO:  tredicesima e quattordicesima, T.F.R., un generale senso di maggiore sicurezza.

CONTRO: minore libertà di movimento, maggiore rispetto di regole (soprattutto di orario), impossibilità di fare altre cose o comunque maggiore rischio nel farle.

E poi, of course, necessità di cambiare l’intestazione di questo blog. Ma che senso ha chiamare un blog “Diario di una lavoratrice dipendente”? Perde tutto l’appeal.

Uffa.

Il mio black out

Mi sveglio con una sensazione strana che non so spiegare. Resto a rigirarmela un po’ nel cervello, intontita ancora dal sonno. Poi realizzo. Nella casa c’è il buio più nero e totale. E ora che ci penso bene, c’è anche il silenzio più irreale mai sentito. Niente ronzio del frigorifero, niente compressore della caldaia. Però neppure un latrato di cane, una macchina che parte, uno sportello che sbatte, niente. Va bene, penso, il fondo è l’alba di domenica mattina. Distinguo nel silenzio fondo un leggerissimo fruscio, la pioggia, penso. Nemmeno i pescatori si alzeranno, stamattina. Sono sola nel letto, come da troppo tempo. Senza quasi pensarci allungo la mano verso la lampada sul comodino.

Clic.

Buio.

Clic clic.

Ancora buio.

Ahh, ma è andata via la corrente. Prendo il cellulare, premo un tasto a caso. La stanza è rischiarata per pochi secondi dalla luce bluastra del visore. Constato che il cellulare è quasi scarico, e che sono le cinque del mattino. Resto lì a rimuginare su quel buio così totale, chiedendomi come mai alle cinque del mattino non si cominci già a vedere la luce del giorno. Sono un filo inquieta, anche se io non ho nessuna paura del buio, anzi, soprattutto per dormire, chiedo porte chiuse e tapparelle abbassate. In America dormire era un incubo, gli yankee ignorano la funzione isolante della tapparella italiana, hanno solo ridicole veneziane ed è come dormire con la finestra spalancata. A poco a poco però mi rilasso. Passa un’auto e i fari squarciano per un secondo il nero. Resto a pensare ai casi miei, in un piacevole stato di semi sospensione da acquario. A poco a poco nel soggiorno una pallidissima luminescenza azzurrognola si fa strada, non è luce, solo un nero un grado meno intenso. Nel pallore dell’alba che avanza, mi riaddormento.

Mi sveglio alle otto, e ci vuole poco a capire che la corrente non è tornata. Mi chiama lui sul cellulare e mi dice che anche a casa sua, una trentina di km. in linea d’aria, non c’è luce. Curioso, penso. Un black out che travolge un’intera città di due milioni di abitanti, e tutto l’hinterland, deve essere una cosa seria. Faccio colazione in penombra, piove a dirotto e la città è più che mai grigia e triste. Solo alle nove del mattino, chiamando i miei, verrò messa al corrente delle dimensioni epocali del problema. Leggo Asimov, mettendomi di traverso sul letto per sfruttare la luce della finestra, fino alle dieci. Fortunatamente non manca l’acqua, né l’acqua calda. Mi faccio la doccia e mi dispongo ad uscire, vado a pranzo a casa di un parente, a cui ho raccontato una balla per spiegare la mia solitudine domenicale. Nella Micra a noleggio accendo la radio e ascolto i bollettini dal fronte black out. Piove, piove sempre, sempre di più. Sulla Tangenziale non c’è nessuno, o quasi, uno scenario irreale per una strada rovente di automobili a tutte le ore del giorno e spesso anche della notte.

Alle due del pomeriggio a casa del parente la luce torna, mentre stiamo mettendoci a tavola. Il cellulare comincia a dare segni di cedimento, vuole energia e io non posso dargliela perché non ho portato con me il caricabatteria. Io dovrei partire con un Eurostar alle cinque del pomeriggio. Chiamo il call center delle Ferrovie dello Stato e una sconsolata Daniela di turno mi suggerisce di “non fare affidamento sui mezzi a rotaia”. Decido di partire con la Micra, a come restituirla penserò domani, come Rossella O’Hara. Ma al bivio fra l’imbocco dell’autostrada e quello della Tangenziale che mi riporta nella mia casetta napoletana improvvisamente mi manca il coraggio. Dovrei giustificare perché ho un’auto a noleggio, e poi come farà domani lui a venirla a riprendere, sono senza cellulare ormai morto del tutto, piove  forte, se la macchina si ferma o succede un intoppo qualunque sull’autostrada, come me la cavo?  Comincia a salire l’ansia, cerco di dominarla elencando le priorità. Primo, trovare il modo di rimettere in funzione il cellulare e non rimanere isolata. Lui può mandarmi solo messaggi, il pensiero di non poterli leggere, né rispondere, mi stringe il cuore in una morsa fredda. Girovago sulla Tangenziale, esco a Fuorigrotta e mi dirigo verso un enorme centro commerciale sperando sia aperto anche di domenica, a prescindere dal black out.

Chiuso, ovvio.

Mi reimmetto sulla Tangenziale e mi viene un lampo di genio.

L’Aereoporto.

Lì c’è un negozio di telefonia, sono sicura, e sarà di sicuro aperto. Tangenziale, parcheggio, porte scorrevoli, scale mobili. C’è caldo, rumore, voci, confusione, luce. Urto gente con i trolley, il pensiero che “è in partenza il volo AZ515 per Berlino imbarco immediato uscita 5” mi scatena complessi sentimenti misti di tensione e invidia, non amo l’aereo e gli aereoporti mi mettono tristezza, però mi piacerebbe vedere Berlino. Il giovane commesso cerca, prima incuriosito poi quasi furioso, si vede che gli ho trasmesso l’ansia. Il caricabatterie originale non ce l’ha, mi offre quello non originale, ma non trova neppure quello, e non ha neppure quello da auto. L’ansia cresce, è quasi panico. Mi guardo in giro e vedo una vetrina di offerte speciali. Ci sono cellulari in vendita a 75 euro. Ne compro uno, col fiato mozzo. Appena fuori dal negozio scopro che le batterie sono già un po’ cariche per i fatti loro, e cerco di mandare un messaggio a lui, per dirgli che non parto più. Dall’altra parte non si è compreso bene il mio stato d’animo, che comincia a tendere al panico puro, e si scherza sulla incomprensibilità dei miei messaggi. E ci credo, cazzo, ‘sto cellulare ce l’ho in mano da tre minuti, se sono riuscita a capire come si invia un messaggio meriterei un premio Nobel. Tento di scrivere “vaffanculo” ma la composizione automatica non riconosce la parola, troppo difficile, mi arrendo. Chiamo i miei e li rassicuro sulla mia sorte. Torno a casa, sotto una pioggia ancora un po’ più insistente.

Cercando di non bagnarmi, apro il lucchetto del paletto del parcheggio, parcheggio, lo richiudo. Mi sento un cane scappato dal canile. Al primo cancelletto mi si chiude lo stomaco in una morsa, ormai sono le otto di sera e sta facendo buio, e io realizzo che non riesco a vedere bene la toppa, segno che sul pianerottolo la luce non c’è.

Entro a casa e ne ho la conferma. A questo punto le residue difese crollano, mi metto a piangere al buio sul divano. La prospettiva di tutta un’altra notte al buio totale, con il cellulare che si spegnerà, prima o poi, dopo tutta la fatica fatta per non rimanere isolata, mi terrorizza. Mando un messaggio di autentica disperazione a lui, che si tormenta in cinque risposte mortificate, ma non può fare niente.

Respiro a fondo, mi impongo di calmarmi.

Mi affaccio alla finestra. Le case sono buie, non c’è dubbio, però i lampioni sono accesi. Mi viene in mente che venendo ho visto parecchi locali con le insegne illuminate. In fondo devo pur cenare, no? Esco di nuovo, dopo aver brancolato a tastoni per tutta la casa per cercare le chiavi che non ricordo più dove ho poggiato. Ritolgo il paletto, esco dal parcheggio, rimetto paletto. La pioggia è diventata bufera. Mi dirigo verso la zona delle birrerie, mi perdo un paio di volte, poi parcheggio davanti all’Osteria del Porto, che conosco bene. Entro semi zuppa, ed elemosino corrente elettrica ad un impassibile barista. Quando infila il caricabatteria nella presa mi sento già un po’ meglio. Mi siedo ad un tavolino nell’ombra davanto alla TV e bevo birra e mangio crocchette di pollo seguendo il Gran Premio di F1. Dopo circa un’ora, la cameriera si sporge dal bancone per avvertirmi che il mio cellulare sta squillando. Ovviamente quando arrivo a prenderlo ha smesso di squillare. Ci sono almeno 3 chiamate perse e un numero indefinito di messaggi di lui, fra il preoccupato e l’incazzato. Salta il collegamento con Indianapolis, decido che la cena è finita, pago ed esco.

Fuori piove così forte che solo per dare la mancia al parcheggiatore mi inzuppo tutto il braccio sinistro. Lo chiamo, sia dove sia, ho bisogno di sentire la sua voce. E quando finalmente la sento, la tensione accumulata rompe gli argini e racconto in cinque minuti di singhiozzi, guidando sotto la bufera, tutto il fottuto pomeriggio passato a cavarmela da sola. Sbaglio per l’ennesima volta strada, faccio un’inversione selvaggia e urto il marciapiede con un rumore secco. Ragazza calmati, se scassi la macchina la noleggio è un casino. Guido a venti all’ora fino a casa, sarei propensa a lasciare l’auto fuori dal parcheggio pur di non dover rifare la trafila palettica. Con la coda dell’occhio vedo però il portone illuminato a giorno, e mi sembra di rinascere. Mi impongo un ultimo sforzo. Lucchetto, palo, parcheggio, palo, lucchetto. Entro a casa illuminata più io di lei, ho lasciato tutti gli interruttori su on e sembra che ci sia una festa. Pianto lo stramaledetto cellulare nella presa di corrente, mi asciugo i capelli col phon, mi metto in pigiama, e passo il resto della serata a guardare la TV e a leggere il libretto di istruzioni del cellulare nuovo.

Prima di andare a dormire riesco a mandare e a ricevere sette o otto messaggi pacificatori.

Poi, il sonno mi rapisce, benevolo.

La luce è tornata.

Lo sport è rischioso

Come tutte le mattine, anche stamattina sono in strada alle 7:25 del mattino, tuta, k-way, cuffiette attaccate alla radiolina. Cammino a passo spedito, non corro perchè se no sarebbe una tortura e invece mi piace che sia una cosa utile ma dilettevole. Il problema è che la mia città, e quindi il mio quartiere, del quale faccio il giro completo per un totale di circa 4 km., non sono minimamente attrezzate per il jogging, il footing, il cammining o qualsivoglia forma di sport povero. Infatti ogni mattina affronto sempre le stesse problematiche:

C come Cani – Ho già più volte dichiarato di non essere particolarmente amante degli animali, e mi piacerebbe poter dire che quelli che di tanto in tanto mi tendono agguati dietro i cassonetti dell’immondizia e gli alberi sono cani randagi, senza responsabilità della loro aggressività ad ignare joggers che vorrebbero solo farsi la loro passeggiatina in pace, ma non lo sono. Sono bestiacce di solito di grossa taglia, con tanto di collare, guardati da lontano da idioti di tutte le età che quando comincio a urlare dalla paura, sul punto di essere sbranata, e già mi vedo nei titoli dei quotidiani, mi gridano – sempre da lontano: “Tranquilla, vuole solo giocare!!” E CHI SE NE FREGA??!!  Ma perchè non lo fai giocare con quella zoccola di tua moglie?!?   Ci sono poi i vecchietti educati, con canilli da salotto sempre rigorosamente guinzagliati, che fanno comunque un sacco di casino ma almeno non mi fanno morire dalla paura. E poi ci sono poi un paio di bestiacce agli arresti domiciliari, che possono solo abbaiare – ma lo fanno, ah, se lo fanno – da dietro robusti cancelli.

O come Operatori Ecologici – Il camion dell’immondizia fa il mio stesso tragitto, alla mia stessa ora. Il “camion dell’immondizia” è un insieme composito, fatto di mezzo semovente a motore, lutulento, vorace divoratore di monnezza, e di esseri umani, uno alla guida e due in piedi sui predellini posteriori, di età compresa fra i 25 e i 35 anni, quindi in grado di apprezzare ancora le gioie della vita, fra le quali indubbiamente vi deve essere una ragazza in k-way rosso che cammina lungo il bordo della strada. Deve essere questo il motivo per il quale non c’è giorno che non mi facciano omaggio dei loro sguardi – quando va bene – dei commenti a bassa voce fra loro – quando va un pò meno bene – e di un commento proprio a me medesima indirizzato – nei giorni no. Sono ragazzi, facciamoli sfogare …

O come Operai edili – vedi alla voce Operatori Ecologici.

C come Carabineri – ad un certo punto del mio tragitto passo davanti ad una caserma dei Carabinieri, una palazzina discreta nella quale ci sono uffici amministrativi e gli alloggi degli ufficiali del locale Comando. Tutte le mattine, esattamente nel momento in cui passo davanti al cancello, sta uscendo un gruppetto di ufficiali in uniforme, compresi cappello e guanti, che va a prendere il caffè al bar all’angolo. Sono sorridenti, distesi, chiacchierano amabilmente a voce bassa, sono profumatissimi (il più delle volte ci passo e meno di un metro di distanza). Hanno un loro fascino, anche perchè la dignità della divisa gli impedisce di fare gli stessi commenti di Operatori Ecologici ed Operai. Magari li pensano e basta. Stamattina ho rischiato l’arresto. Le cuffiette mi rimandano ogni giorno il giornale radio, le condizioni del traffico, le previsioni del tempo, lo sport, l’oroscopo di Linda Wolf, la pubblicità, Fabio e Fiamma. Oggi quando Fiamma è arrivata a “R come Raskolnikhov” (chi l’ha sentito mi capirà) sono scoppiata a ridere. In faccia ai Carabinieri. Ho dovuto fargli vedere le cuffiette, invisibili se non da vicinissimo, per evitare  l’oltraggio a pubblico ufficiale …

Revenge

Ehhh … quando si esagera, poi arrivano i dolci momenti della rivalsa 

Stamattina apprendo che il mio Kapo, che doveva ieri partecipare ad una riunione nello stesso luogo in cui io partecipavo alla mia, è stato lasciato FUORI DALLA PORTA per circa due ore, se scientemente o per distrazione non si sa, dopodichè fumante di rabbia come un toro con le emorroidi se ne è tornato in ufficio. Questo capita, caro Kapo, quando si continua a perseguire la politica degli “accordi interni”, per cui noi lavoriamo, e gli altri compaiono, perchè così è “opportuno politicamente”! Adesso sa anche lui cosa vuol dire arrivare laggiù, dire chi si è e chi si rappresenta ed essere trattati come la tazza del water: utilissima, anzi indispensabile, però da tenere ben chiusa nel cesso. A questo porta una sistematica politica di deminutio del nostro lavoro, in vista di vantaggi futuri; a questo porta non valorizzare MAI i nostri prodotti, e il non trascurabile particolare che quando si tratta di mettere mano ai neuroni e soprattutto di mettere mano alla tastiera e cominciare a scrivere siamo fra i pochi, nel nostro ristretto ambiente geoprofessionale, a saperlo fare.

La figlia del Kapo, che, nonostante pretenda di lavorare solo 4 ore al giorno, mi ha scippato un lavoro prestigioso e di grande valore professionale, è già in pieno panico organizzativo, e oggi trovo sul mio cellulare – che era spento   –  una telefonata, quasi certamente di S.O.S., arrivatami alle ore 15:22, che ho potuto bellamente ignorare. Il professore universitario che rappresenta l’altra metà del coordinamento è passato davanti alla mia stanza ieri e mi ha chiesto con tono supplichevole se era proprio deciso che io mi disinteressassi di questo progetto. “Ordini superiori” ho replicato con il mio più bel sorriso 

Oggi mi sento un pò Crudelia DeMon!

Una normale giornata

La riunione è fissata alla ore 10 del mattino; tu arrivi alle 10 e 20 minuti già con la paranoia del ritardo, con un ventaglio di possibili scuse valide che vanno dal traffico al problema informatico al trucco da rifare, e scopri che non c’è ancora NESSUNO. Ma non è finita qui. Quello che ha convocato la riunione – era qui, seduto affianco a me, me lo ricordo benissimo quando ha detto “CI vediamo domani mattina, vogliamo fare verso le dieci? ok, bene per le dieci” – è chiuso nella sua stanza impegnato in una lunga discussione con utenti con i quali aveva APPUNTAMENTO. Ti affacci bussando timorosa, gli dici “Noi siamo arrivati” e lui risponde con un mezzo giro del dito indice e un “Cominciate, arrivo”.

Con chi comincio, se non c’è nessuno? Mi tocca andare a ripescare ad uno ad uno i membri del cosiddetto Gruppo di Lavoro nelle stanze in cui sono infrattati. Quando siamo più o meno seduti intorno ad un tavolo, sono le 11 e un quarto. E comunque manca sempre qualcuno, che arriverà intorno a mezzogiorno e per il quale bisognerà fare un riassunto speed di quello che è stato detto fino a quel momento.

L’Architetto deve avere dormito col culo scoperto, perchè ricama una serie di questioni scassacazze e più gli astanti si sforzano di trovare risposte, più lui si infogna nel fraseggio polemico, alzando progressivamente il tono della voce e la velocità con la quale vengono sparate le obiezioni. Al solito, alla fine parliamo tutti insieme e non ci si capisce più una sega. Gli do un calcio sotto il tavolo e si placa come d’incanto.

La ciliegina sulla torta finale è il Convocatore (che è arrivato, finalmente) e che mi impone di cancellare il nome della nostra azienda (ma di lasciare la sua) dai lucidi in Power Point sui quali ho lavorato due giorni in splendida solitudine per presentare il Bando agli imprenditori agricoli. “Io non sono d’accordo” sibilo, lo sguardo ridotto a una fessura. “Sono accordi interni” pigola lui, senza guardarmi.  L’Architetto mi dà un calcio sotto il tavolo. Cancello real time, come richiesto. “Puntate i piedi” mi dice Paoletta fuori dalla stanza. “Paolè, è un problema politico. Se il MIO capo – interpellato telefonicamente – mi dice che è una questione di opportunità, e non mi tutela, cazzo me la prendo a fare con te o con il Convocatore?” Mi chiedo però perchè i lavori da vietcong, dove bisogna farsi il mazzo senza poter neppure dire come ci si chiama, tocchino sempre a me e all’Architetto, mentre i lavori di rappresentanza e presenza scenica toccano alla figlia del Capo (che domanda idota, nevvero?).

Perdonate lo sfogo.

Anche questa riunione è finita. Sono le 13 e 25.

Let’s together!

La riunione tipo è quella nella quale ci sono 5 persone: io, quello che dirige la riunione, quello che non la dirige ma parla in continuazione, quello che interloquisce solo con quello che parla in continuazione, quella che non capisce niente e fa tornare tutti indietro a chiedere di rispiegare, quello che piazza una frase ogni tanto, per lo più rivoluzionaria, e lascia che si scateni il pandemonio per dieci minuti. Quando si rifà silenzio, ripiazza una seconda frase, e si ricomincia.

Livello di produttività di questa riunione: prossima allo zero.

Sta per partire un nuovo bando, e siamo ancora in cordata con quelli che sono andati in ferie un giorno prima della scadenza del megaprogettone estivo. Ieri, riunione fra i “responsabili” per definire almeno una bozza di modi, tempi, compiti, documenti da preparare. Il bando, che non è stato ancora pubblicato, è frutto (come al solito, anzi più del solito) di una mente collettiva perversa e per lo più sgrammaticata che prende il nome di “funzionari regionali”. Quindi ieri era il tempo di porsi problemi interpretativi: che vuol dire questo? come si dimostra quest’altro? e siccome è un bando destinato agli imprenditori agricoli singoli o associati, ecco che i due agronomi del gruppo si sono scatenati in faziose e perverse sigle e acronomi dei quali mi è assolutamente oscuro il significato: OP, ULU, SAL, e così via. Io facevo margheritine sul bloc notes, come al solito, visto che non ho ancora letto i bandi e che nessuno mi faceva domande, e prendevo appunti mentali per questo post. C’è stato un momento in cui tutti parlavano insieme, tacevano tutti insieme e poi riprendevano a parlare tutti insieme, con serio nocumento della comprensibilità, nonchè, come detto, della produttività della riunione.

E’ finita a racconti umoristici e crasse risate. L’Architetto ha raccontato di quando è andato in Nepal e la sera gli hanno dato da fumare qualcosa, e la notte non ha dormito perchè sentiva i grilli a 7 chilometri di distanza.

La vedo complessa, questa collaborazione, però non priva di verve.  

And the winner is …

Odio l’incensamento in generale e l’autoincensamento in particolare, ma GIURO questo risultato ha stupito anche me. Ho fatto la prova di selezione per accedere al Diploma di Laurea Breve in Scienza della Comunicazione. Sessanta domande a risposta chiusa, fatte insieme a circa altri 230 ragazzini il cui anno di nascita è inchiodato su 1984  (c’era qualche 1979, o 1972, anche un 1961, ma insomma pochissima roba). Le domande, giuro, non erano facilissime, non tutte almeno, e mentre rispondevo mi chiedevo come potevano, ragazzi appena usciti dalla scuola superiore, sapere certe cose. Domande di geopolitica, di storia, di educazione civica, di letteratura, di grammatica e sintassi, di inglese, di logica. Mi sono calata nel personaggio “concorrente a telequiz a premi” e ho cercato di ragionare sulle risposte che proprio non sapevo.

Un punto per ogni risposta esatta, zero punti per ogni risposta non data o sbagliata.

Insomma, oggi sono usciti i risultati.

Sapete a che posto sono in graduatoria?

Ahemmm ….

Sono la prima …  

Sono subentrati sentimenti vari, abbastanza inaspettati. Gli scrupoli (ho rubato il posto ad un ragazzino per il quale questa laurea poteva essere il futuro). I sensi di colpa (io una laurea ce l’ho già, come mi è venuto in testa?). Le incertezze (ne varrà la pena? riuscirò a conciliare con il lavoro? sarà uno sforzo inutile? mi costerà una barca di soldi e non concluderò niente?  chi me lo fa fare? sarò ridicola in mezzo alle matricole?). La sottovalutazione del risultato (vabbuò, era un test tarato per ragazzini di 18 anni, se manco arrivavo  nei primi dieci mi dovevo solo sparare – però quello del 1961 è arrivato  120°). Insomma niente che assomigli nemmeno da lontano ad un legittimo sacrosanto ORGOGLIO di aver superato brillantemente una prova e di poter cominciare a fare una cosa che mi piace, orgoglio rimasto sullo sfondo lontano lontano sotto forma di occhio più brillante del solito.

Ma perchè??

Digital divide

Una novità strabiliante ci attendeva al rientro dalle vacanze: sulla scrivania del Kapo, un monolite nero perennemente coperto su tutta la superficie da pile assurde di carta, in mezzo alle quali può esserci qualunque cosa, da bollettini Telecom dell’anno scorso a taralli col pepe di due anni fa, troneggia un pc portatile ultima generazione. Tanto per far vedere che non si scherza, il pc è perfino connesso alla rete elettrica, quindi può essere acceso e – meraviglia delle meraviglie – è connesso alla rete aziendale e quindi ad Internet.

Il Kapo sta prendendo lezioni di informatica.

Le potenzialità collegate alla navigazione sul web, unite alla scoperta che scrivere un documento su Word, salvarlo, correggerlo e stamparlo richiede le stesse energie mentali di uno sbadiglio, hanno trasformato il pacioso studioso di economia agraria in un invasato, che rimane in ufficio fino a tarda notte a smanettare come un ragazzino, impazzito al pensiero che TUTTE le informazioni prima così difficili da reperire – dati ISTAT, i resoconti periodici della Banca d’Italia, i documenti INEA – sono lì, proprio lì, a portata di mano, anzi di mouse. Di giorno, capelli dritti, occhio vitreo, gira per il corridoio chiedendo a chiunque gli indirizzi web di qualunque cosa, e mormorando frasi sconnesse tipo “Devo cercare su GUGL”, oppure “Chi ha preso il mio MAUSS??”

Gli inevitabili fallimenti propri del neofita si traducono in un interno che squilla, e nella voce del Kapo che miagola “Nessuno mi vuole aiutare” perchè già la segretaria e un altro paio di dipendenti gli hanno detto che in quel momento hanno da fare e no, non possono aiutarlo a scaricare TUTTI i documenti pubblicati dall’UNESCO sulla desertificazione. E’ una voce che commuoverebbe una montagna, quindi ci si alza e si va dietro il moloch a vedere che cavolo ha combinato e “perchè la freccetta è ferma immobile” e “perchè lo schermo è diventato tutto nero”.

A domani!

Perle

1. Stiamo lavorando ad un Bando che scade domani, io e l’Architetto, ormai indissolubilmente legati a lavorare insieme per l’eternità. Facciamo la spunta di quello che manca – non manca mai un quadro sinottico, vera perversione notturna dell’Architetto, che sospetto metta quotidianamente in un quadro sinottico anche la storia della sua vita e delle sue prestazioni sessuali – quando ad un tratto lui esclama: “Ah aspetta! Manca anche il flosh kart!”  (prima che maliziose interpretazioni facciano capolino nella vostra testolina, vi comunico che il misterioso documento altro non è che il flow chart, in una personalissima pronuncia architettesca).

2. Per lo stesso bando, ci serve un curriculum corredato di copia del documento di identità del celebre Avvocato, già assurto agli onori di questa rubrica come il “rimestatore di pozzanghere”, ovvero il nulla spinto, ma molto ben vestito (si fa per dire). Dopo averlo tampinato per tre giorni, finalmente viene in ufficio e consegna il curriculum. Naturalmente manca la copia del documento di identità. “Dammelo” sospiro paziente “Te la faccio io, la copia”. Fruga in una tasca. Poi nell’altra. Tasche della giacca. Taschino della camicia. Tira fuori un quadratino di carta blu ed esala: “La carta d’indentità non la porto mai, con me.. questo non va bene?”  Il quadratino blu è il tesserino di riconoscimento dell’Ordine degli Avvocati della mia città, una prestigiosa istituzione seconda solo al Peppino Gagliardi Fan Club. Abbiamo dovuto tampinarlo altri due giorni per avere un fax con la famosa fotocopia. Ovviamente è pressochè illeggibile.

3. Questa è di Peppe Barra, non c’entra niente ma è fantastica:  “Il pero fa la pera, il melo fa la mela, il fico fa … ECCEZIONE!!”

Telekom Serbia, al confronto ..

L’antefatto: due anni e mezzo fa la nostra azienda ha stipulato un contratto con Telecom chiamato NetEconomy24, che ci consentiva di connettere la rete aziendale ad Internet alla velocità della luce, nonchè di godere dei seguenti strabilianti accessori: due caselle di posta elettronica da un miliardo di mega, con la possibilità di creare almeno 5 alias, il dominio registrato e non so che sterminio di spazio sul web per un eventuale sito (che all’epoca non avevamo). Viste le nostre bollette degli ultimi 5 anni, che da sole bastavano a pareggiare il debito estero del Ruanda, nonchè – credo – a pagare gli stipendi di almeno 6 impiegati Telecom, la Telecom stessa ha ritenuto che noi dovessimo avere l’onore della visita di un area manager, un ragazzino abbronzato in completo scuro che dopo averci appioppato una mezza cartonata di biglietti da visita e il contratto NetEconomy24, si è vaporizzato, lasciando al suo posto un replicante in grado di dire solo “Mi spiace, questo non è di mia competenza. Dovete telefonare al numero” e giù un numero a caso.

Abbaimo cominciato a capire che qualcosa non andava quando abbiamo tentato di attivare gli alias, che dovevano consentire a tutti noi di avere il proprio bell’indirizzino personalizzato, ad es. marta.schender@nomeazienda.it. Dopo circa un mese di tentativi a tutti i livelli, circa 600 telefonate alla Telecom e un esaurimento nervoso della segretaria, ci siamo arresi: il risultato dei nostri sforzi era che tutti scaricavano la posta di tutti, con grande incremento dei pettegolezzi, esponenziale aumento del casino e abissale diminuzione della produttività aziendale.

Ma il bello è arrivato nei giorni scorsi. Abbiamo finalmente un sito Internet, progettato da un tecnico coi ricci rossi dell’apparente età di 16 anni. Però bisognerebbe pubblicarlo. Vorremmo quindi avere accesso al nostro fantasmagorico spazio web, che dovrebbe essere rimasto lì vuoto ad attenderci tristemente per circa due anni. Il tecnico ci comunica di non essere riuscito, con le coordinate e le password trovate sul contratto, ad accedere ad alcunchè. Comincia la tragicommedia in tre atti intitolata TELEFONARE ALLA TELECOM, sottotitolo E CERCARE DI CAPIRCI QUALCOSA.

ATTO I – la segretaria chiama il numero verde e per circa tre giorni viene allegramente rimbalzata a tutti i numeri di tutti gli impiegati degli uffici Telecom, ai quali con pazienza degna veramente di miglior causa spiega SEMPRE DACCAPO il problema. Ad ogni numero che chiama, la nostra situazione peggiora, nel senso che se alla prima interlocutrice “non risulta che abbiamo diritto allo spazio su web”, alla nona “non risulta che abbiamo un contratto TeleEconomy24” e alla quindicesima “non risulta che abbiamo un contratto con la Telecom” e quindi stiamo chiamando con la forza del pensiero.

ATTO II – in realtà si tratta di un interludio dell’Atto I: ad ognuna delle 27 telefonate è presente il famoso tecnico, al quale viene OGNI VOLTA passata la cornetta per spiegare in termini tecnici il problema. Purtroppo il tecnico anche al telefono dimostra l’insicurezza propria dei suoi 16 anni, e quindi esordisce con un vocino da formica e “buonaserasentaiononriescoadentrarenellapaginadellasocietà”: dopo 10 secondi i telecommisti fanno finta di non sentirlo, dicono che il problema non è di loro competenza e danno un altro numero di telefono, sempre a caso, ovviamente. E’ così che oggi si è passati all’

ATTO III – Scena madre. La puerpera di cui ho parlato a Giugno è finalmente rientrata a lavorare (solo la mattina, per carità). Chiamata in causa, si ricorda di essere oltre che mamma anche avvocato, nonchè figlia del Capo, proprietaria di quote azionarie della Società, quindi indossa la toga e chiama lei. Questo il resoconto più o meno fedele della sua telefonata. A voi il piacere di provare a ricostruire le frasi dell’interlocutore.

“Buongiorno, sono l’avvocato XX YY della ZZ Spa. Abbiamo un problema.”

(Houston, avrebbe dovuto aggiungere, ma non è così spiritosa. Segue spiegazione casereccia ma precisa del problema).

“Senta, questo non è un problema nostro. Questo sito doveva essere pubblicato una settimana fa. La Telecom ci sta procurando un danno non da poco, per il quale  mi riservo di chiedere il risarcimento”.

“MA LEI STA SCHERZANDO?? Scusi, posso sapere con chi sto parlando? Certo, voglio il suo nome e cognome e numero di identificazione!”

(peccato che il tecnico non sia un marines, sarebbe stata accontentata).

“COME SAREBBE A DIRE A CHE MI SERVE?? Devo indicarlo negli estremi del reclamo che farò a Telecom!! E nella denuncia per interruzione di pubblico servizio che state perpetrando ai nostri danni!!”

(mai rivelare i piani al nemico).

“CERTO!!”

(pausa)

“CERTO!!”

(pausa)

“CERTO!!”

(tre volte, nell’ultima è prossima alle lacrime)

“CIOE’, LEI MI STA DICENDO CHE NON VUOLE DARMI I SUOI DATI?? MA QUALE PRIVACY!! LEI MI DEVE RISOLVERE IL PROBLEMA!  E SE NON PUO’ RISOLVERLO, PAGARNE LE CONSEGUENZE! SIETE DEGLI IRRESPONSABILI! MA CHE VUOL DIRE SONO SOLO UN POVERO TECNICO? MI DIA I SUOI DATI, SUBITO!!!”

Clic.

“IO NON CI POSSO CREDERE! MI HA SBATTUTO IL TELEFONO IN FACCIA!”

Quando si dice orientamento al problem solving.