Archivio di agosto 2003

Meno male che il Kapo c’è

martedì 12 agosto 2003

Il fronte si è rovesciato in maniera talmente drammatica e sporca che rischiamo di rimanere fuori da tutto. Per rimanere dentro, ci era stato proposto un ignobile compromesso, cioè di dividere il compenso della progettazione per sei, o sette, non ricordo bene, di un lavoro fatto SOLO ED ESCLUSIVAMENTE da noi.

Il Capo all’improvviso si è ricordato di avere 64 anni, di cui 35 spesi nella pianificazione e progettazione dello sviluppo territoriale, e ha detto NO (anzi per la precisione ha detto “vaffanculo”, ma insomma), portato in trionfo dalla sua band di ragazzette e architetti pazzi e geniali.

Il problema si pone ora in questi termini: il progetto, l’abbiamo solo noi, così completo, armonico, limato, e benedetto, cantierabile, per dirla in termini tecnici. Quindi secondo me prima o poi (entro 2 giorni, più tempo non c’è) qualcuno verrà a bussare alla nostra porta, se per chiedercelo, o per estorcercelo, non lo so. L’alternativa è che “gli altri” presentino alla Regione venti paginette raffazzonate, sulle quali l’Ente, se è in buona e se c’è abbastanza copertura politica, si limiterà a chiedere delle integrazioni, da fare anche dopo la scadenza, che, vi ricordo, è sempre il 20 Agosto 2003. Ma se questa copertura non fosse sufficiente, si corre il serio rischio che la Regione non ritenga ammissibili le venti paginette raffazzonate, e non so se “quelli” sono disposti a correre il rischio di perdita secca di un finanziamento certo di alcuni milioni di euro. 

In queste ore si sta precisamente verificando la mia prima ipotesi: qualcuno è venuto a bussare alla nostra porta. La proposta è di trovare una mediazione che però, come ha chiesto il Capo, salvi la sua dignità professionale e quella dei suoi ragazzi, e gli interessi economici della nostra società, piccola sì, ma con bollette e stipendi da pagare ogni mese (altro giro di portata in trionfo).

Intanto, per sicurezza, abbiamo messo password e fatto copie di salvataggio degli innumerevoli file di tre mesi di progettazione, perchè visto l’arrembaggio selvaggio e senza pudore e scrupoli non è escluso che ci venga a trovare “un amico” e cerchi in un momento di distrazione di grattarci i files.

E inoltre, per nostro sommo gaudio, la situazione atmosferica si è fatta incandescente, svanito il freschetto di montagna che ci aveva deliziato fino a due giorni fa, si è tornati al calderone di minestrone nel quale tutti ribolliamo umidicci.

Le mie ferie iniziano domenica 24 agosto e termineranno domenica 7 settembre.

La fase della follia

martedì 12 agosto 2003

Siamo ormai alla follia totale. Le alleanze politico – istituzionali si fanno e si disfano nel giro di due ore, quello che era acclarato ieri sera stamattina è già cambiato, di poco o di molto dipende dalle circostanze. Tutti cercano di accaparrarsi la propria fetta di potere e/o di finanziamenti comunitari, e per farlo non badano ad amicizie, alleanze, comunioni di intenti e dichiarazioni di guerra fatte solo poche ore prima.

Noi, i tecnici, che dobbiamo preparare i Piani di Sviluppo Locale, documenti fondamentali, complicatissimi, di oltre 150 pagine ognuno (e ne abbiamo pronti 4, per altrettante aree territoriale della regione) passiamo da un’area all’altra a rifinire e limare a seconda dello sciogliersi e del riformarsi delle alleanze. Ogni paio di ore il telefono squilla e l’Architetto, con gli occhi spiritati e la barba dritta, ci annuncia il colpo di scena del momento e il cambio di guardia conseguente.

Alla fine però abbiamo capito una cosa: la battaglia la vincerà chi avrà i PSL pronti. E noi li abbiamo, sacrosanti e battezzati, frutto di tre mesi di lavoro intensivo di 3 persone che ormai si capiscono al volo, per codici, quando parlano.

Proprio perchè noi abbiamo i lavori pressochè finiti, e tutti lo sanno, si moltiplicano i tentativi di spionaggio industriale, facendo spesso ricorso, vista la piccolezza dell’ambiente e della città nel suo complesso, ai rapporti personali. La qual cosa mi schifa anche abbastanza, e dall’altra mi appassiona. Senza contare che questo è un implicito (molto implicito, me ne rendo conto) complimento al nostro lavoro e alla nostra professionalità.

Siamo tutti molto stanchi, da tre giorni non esistono più orari nè pause per mangiare, a stento per andare in bagno; il caldo sta aumentando di nuovo, però siccome ingegnere e signora e sorella sono in ferie, abbiamo preso possesso della stanza climatizzata e lì bivaccheremo fino al 20.

Vi lascio, il dovere mi chiama

Quasi finito ..

sabato 9 agosto 2003

Oggi giorno di lavoro sì, ma in surplace, giorno di rifiniture, dettagli, ribaltamento su altri fronti territoriali di quanto fatto ieri. Alla fine della giornata ci siamo ricordati della schedina del SuperEnalotto. Io e l’Architetto eravamo seriamente intenzionati a giocare, e abbiamo per cortesia chiesto al Capo e al figlio del Capo se volevano affidarci le loro giocate. Il Capo ci ha – ovviamente – rotto i coglioni per circa 20 minuti con la descrizione di una teoria infallibile con la quale vincere, per poi scriverci su un pezzettino di carta 24 numeri ciancicati e tirare fuori dalle tasche 2 euro collosi e sudaticci. Il figlio, più signore, ci ha dato 1 euro e si è fidato della nostra giocata.

Quando siamo arrivati alla ricevitoria, erano le 19:33 e le giocate erano chiuse. Restava una sola schedina, precompilata, 5 colonne per 2 euro e 50. L’abbiamo presa, e abbiamo religosamente diviso in 4 il costo, contando pure i decimi di centesimo.

Se la scaramanzia ha un valore, se si crede ai ciechi maneggi del caso, questa combinazione di eventi fortuiti che ci ha portato a giocare questa manciata di cifre avrà un senso. O almeno, mi piace crederlo.

Buon Sabato a tutti.

La fase ridanciana

venerdì 8 agosto 2003

Siamo in piena emergenza. I nodi cominciano a venire al pettine, sotto forma di Enti pubblici e Associazioni private nostre interlocutrici, che senza averci dato uno straccio di idea per sei mesi adesso vogliono TUTTO: progetto, strategie, piano finanziario, schede di Misura, e centomila altri dettagli coi quali non voglio annoiarvi.

L’Architetto ha completamente toppato la strategia di lavoro, per la quale dovevamo aspettare i contributi “dalla base” prima di metterci a lavorare alle schede di Misura, mentre io e la buddista insistevamo che era meglio farle, poi si faceva sempre in tempo a correggere e/o limare. Risultato: TUTTE le schede di Misura da fare oggi, in un solo giorno, consegna stasera, tassativa. Tutto questo tenendo a bada visite isituzionali, fideiussioni da avviare, fidanzati / mariti / mogli da placare, e centomila altri ciaffi a cui badare.

Le reazioni, dopo 12 ore filate di lavoro, cominciano ad essere diversificate: Paoletta piange, sfinita dalla tensione nervosa e dallo stress, io e la buddista ridiamo, l’Architetto media, sbuffando ogni dodici secondi. Ad un certo punto nel testo mi si para davanti il sostantivo “agroterapia” di cui io, nella mia infinita ignoranza, ho un’idea vaga. Interrogo i compagni di sventura. Per Paoletta l’agroterapia consiste nel prendere un ramo di pino e infilarselo nel culo; per l’Architetto consiste nello stendersi un un campo e aspettare che ci passi sopra un trattore; per me è una cura per schziofrenici, per cui ti mettono a zappare patate per una settimana giorno e notte finchè non dimentichi tutte le tue personalità, compresa quella principale.

Internet ci rivela che trattasi sì di cura, ma non per malati mentali: è una specie di terapia riabilitativa per chi ha problemi agli arti, e comunque consiste (anche) nello zappare. Ho vinto io, quindi offro il gelato (esempio classico di ragionamento Rubik).

Come Dio ha voluto alle ore 22:15 abbiamo spedito per e-mail il frutto grondante sangue delle nostre 13 ore di fatica; incredibilmente, la rete non si è bloccata, i file non sono scomparsi, le versioni successive di uno stesso file (siamo arrivati alla release 9 ter) non si sono fuse tra loro, l’e-mail non è impazzita cominciando a inviare pezzi di progetto nell’etere fino a Marte (dove peraltro sanno benissimo cos’è l’agroterapia).

Domani, Sabato prima di Ferragosto, badate bene, si ricomincia.

Stay tuned, buonanotte a tutti.

La fase dell’ansia

venerdì 8 agosto 2003

La situazione Mega Progettone Scadenza 20 Agosto sta precipitando. A notte fonda i dettagli, adesso posso solo annotare che sono in ufficio (ore 14:30, un tempo ora della pennichella) dopo aver mangiato nell’ordine, seduta a questa stessa scrivania: 1. un pezzo di pizza fossile con paleopomodorini;  2. dodici Pringles; 3. un Bikini.  Bevuto acqua minerale. Devo fare la pipì, ma non ho tempo di alzarmi.

Dal manicomio SPLP, a voi pianeta Terra :(

PZ – NA A/R

giovedì 7 agosto 2003

Una riconciliazione come si deve presuppone un incontro ravvicinato del IV tipo. E quindi eccomi alle 8:30 del mattino sull’autostrada più disastrata del mondo in solenne marcia con la mia 500 SX 1100 azzurro Ischia, ovviamente priva di qualsivoglia forma di aria condizionata o climatizzazione, se si eccettua l’aria tiepida che esce dai bocchettoni (bocchettoni, mò … bocchettini). Per oggi la SPLP può aspettare, anche se do per scontato che ci saranno quelle due o tre tragedie incombenti ed emergenze incalzanti proprio durante la mia giornata di assenza.

I primi 50 km sono bellissimi. Siamo ancora in montagna, l’aria è frizzante e profuma di resina di pini, la strada è in discesa, 4 corsie, ben tenuta, pochissimo trafficata da montanari tranquilli e camion di pomodori senza fretta di diventare pelati. Registro comunque che alle ore 9:00 del mattino, che con il sole per via dell’ora legale sono in realtà le 8:00, ci sono già quei 27-28 gradi.

I secondi 50 km fanno capire all’ignaro utente perchè si dice che la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni. Siamo sulla famigerata A3, sulla quale incontriamo nell’ordine: a. cantieri chiusi di lavori in corso con deviazione a doppia S;  b. deviazioni  senza la benchè minima traccia di cantieri; c. mezzi dell’ANAS che potano gli oleandri della mezzeria senza ALCUNA segnalazione; d. gentiluomini che si immettono sull’autostrada stracatafottendosene di chi sta arrivando a circa 120 km. orari (ebbene sì, la mia belva arriva fino a 120. Poi, fonde);  e.  uscite intasate con coda che deborda sull’autostrada occupando la corsia di destra ma ANCHE quella di sinistra. Come Dio vuole arriviamo a Salerno.

I terzi 50 km la situazione diventa degna di Holer Togni. La strada si allarga a 6 corsie per circa 500 metri, poi si restringe di colpo a circa 2,5 corsie per due km, e avanti così con questo andamento “a calza smagliata” per il quale si richiedono riflessi prontissimi e auto capaci di assottigliarsi come nei cartoni animati. Miracolosamente in nessuno di questi 100 km ho trovato incidenti, a riprova del fatto che gli indigeni ormai si sono abituati. Da non dimenticare, naturalmente, le famose immissioni a tagliola, vecchie di circa 100 anni, praticamente perpendicolari all’autostrada. La Madonna di Pompei osserva benevola le automobili affacciarsi timidamente,  e poi partire bruciando in 20 metri tutte le marce, nel disperato tentativo di prendere velocità prima che arrivi il TIR tedesco a tranciarle in due.

Gli ultimi 30 km sono per gli amanti del brivido (caldo, la temperatura è salita a 38 gradi e l’umidità all’80%, perchè siamo sulla TANGENZIALE DI NAPOLI. Niente paura. C’è solo da stare attenti alle immissioni selvagge, alle code improvvise in galleria, ai sorpassi a destra e POI a sinistra (o viceversa), ai lavori in corso che restringono la carreggiata, ai motorini con sopra padre in bermuda, madre in prendisole, bambino in costume, borse di paglia e cocomero sul portapacchi.

Sono arrivata, il resto della giornata di riconciliazione me la tengo per me.

Poi sono ripartita. Tutta la strada descritta, al rovescio.

Poi dice che vivere al Sud è rilassante.

Apprendista stregona

mercoledì 6 agosto 2003

Va bene, come mio solito ho sbagliato modi e tempi. Ho messo il cappello e preso la bacchetta dello stregone potente, credendo di poterla usare anche se sono una povera apprendista. La scopa con la quale credevo di potermi semplificare la vita, sfogandomi un pò, sta portando secchi di acqua da ieri sera, non si ferma, si è moltiplicata, come nel cartone animato con Topolino, e adesso la mia caverna è invasa da in torrente in piena che non riesco più ad arginare con nessuna bacchetta magica.

Mi dispiace.

Scusa.

Non ne posso piùùùùù

martedì 5 agosto 2003

Non so, uno squilibrio ormonale, una congiunzione astrale negativa, uno ZOT partito dalle Alpi che ha deciso di scaricarsi sulle fertili (??) montagne meridionali, certo è che oggi il mondo sembra essersi messo d’accordo per farmi venire i nervi.

Il mio uomo mi ha trionfalmente annunciato che l’ipotesi di non passare le vacanze insieme è diventata certezza. Per una serie di motivi che non vi sto a dire, questa lampante verità non può essere resa nota al grande pubblico, quindi mi tocca FARE FINTA di partire con lui, in realtà organizzandomi la vacanza da sola, sfoggiando una gioia di vivere falsa come una banconota da 25 euro.  Tempo fa un’amica mi aveva invitato ad andare da lei in Scozia. Cerco di capire che aereo potrei prendere e scopro che sarebbe più facile arrivare in Papuasia in monopattino che da Napoli ad Edimburgo in aereo; per soprappiù l’amica è irreperibile a tutti i suoi numeri da stamattina, segno che giudico sommamente negativo per una possibile ospitalità. Comincio ad accarezzare l’ipotesi di una pensioncina familiare nelle isole del Golfo di Napoli, e lancio lì senza convinzione un paio di prenotazioni on line. Mi richiama l’uomo tutto contento e mi dice che mi ha trovato posto su un aereo per Edimburgo che parte da ROMA. Però bisogna confermare entro domani.  Comincio a gonfiarmi e a diventare bordeaux, soffiando fumo dalle narici  come il toro dei cartoni animati. NON HO VOGLIA di confermare domani un volo, senza sapere se B. può ospitarmi, e senza sapere se ho veramente voglia di andare in Scozia. E ammesso anche che riesca a parlare con B., NON HO VOGLIA di elemosinare un invito che non mi è stato rinnovato nell’ultimo mese! Lui “sarebbe molto più tranquillo a sapermi in Scozia con B.” che da qualunque altra parte da sola. Il colore da bordeaux diventa paonazzo, vorrei scoppiare e urlargli che lo so di che ha paura, che incontri un altro con meno pippe familiari da scontare, ma riesco miracolosamente a trattenermi.

Quando chiudo il telefono mi metterei a piangere per la rabbia e la frustrazione.

Il telefono risquilla e un assicuratore che deve farci una fideiussione per un finanziamento pubblico mi dice che ha bisogno di un atto che ha il notaio. Chiamare il notaio e farglielo spedire per fax. Chiamo il notaio e la segretaria mi dice che l’atto non può essere spedito perchè “è troppo lungo, è fronte retro, bisognerebbe fare le fotocopie e poi spedirlo e si perde troppo tempo”. Le faccio notare, tentando di sbriciolare la cornetta, che questo è appunto il suo lavoro, ma la ragazzina è irremovibile. Bisogna andare lì (in centro, ovviamente), prendere il documento e portarlo all’assicuratore. Vado. Quando arrivo lì, l’atto non si trova. Quindi la segretaria NON POTEVA SAPERE quanto era lungo, visto che non l’aveva davanti (infatti, è lungo 4,5 pagine. Tempo di fotocopiatura e spedizione via fax: 3,5 minuti). Ergo, mi ha preso per il culo solo perchè non aveva voglia di lavorare.

La buddista e l’Architetto mi hanno rotto i coglioni oggi con domande, richieste di correzioni,  menate varie e 50.000 dettagli inutili, confondendo i file e stampando i file sbagliati. Un gruppo di collaboratrici esterne con le quali ho perso circa 3 ore di tempo a spiegare come andava fatto il lavoro mi hanno trionfalmente mandato una mail dalla quale si evince che non hanno capito un cazzo, e anche loro hanno fatto confusione fra due file diversi. Mettiti e rispiegagli tutto daccapo, per telefono. Mi ha telefonato stamattina una funzionaria che vuole da me una lettera che doveva volere tre mesi fa, o non volere più, e invece no, la vuole per lunedì. Ho aperto 16 volte un file per lavorarci su, perchè serve per domani, e sono stata interrotta 17 volte. Alla 18°, il pc è andato in blocco, ovviamente. Il Capo chiede alla segretaria di terminare un lavoro che ho iniziato a seguire io; perdo un’ora per poter dare alla segretaria le coordinate giuste. Sono già le 19:31 e non so quando potrò finire.

Per strada mi pareva che tutti mi guardassero, anche con un filo di ammirazione, anche un pò più che un filo, e già il morale mi si stava rialzando quando mi sono accorta che avevo due bottoni della camicetta di cotone thailandese sbottonati, e quindi praticamente giravo in stile pornosoft, con reggiseno Triumph rinforzato in bella vista.

Maiali.

 

Piazza Garibaldi, Napoli, Italia

lunedì 4 agosto 2003

Piazza Garibaldi è un inferno ribollente e umido di gente sporca. Siamo tutti sporchi, l’afa fa colare il sudore a fiumi impregnando gli abiti, la pelle e pure la biancheria intima. Sul sudore si apppiccicano la polvere, lo smog, i gas di scarico dei pullmann e delle centinaia di auto ferme, in movimento, ingorgate, strombazzanti. La luce è opaca, come filtrata da un vetro unto.
In mezzo alla piazza, a ridosso delle paratie metalliche che delimitano la corsia di posteggio dei taxi, un cumulo di cartoni, stracci, bottiglie di plastica spremute, lattine, vetri rotti; sopra, barboni in bivacco. Il bivacco è lungo quanto tutta la paratia, cento metri e più.  Un paio di zoccole (nel senso di mus norvegicus, pantegana da fogna) fanno capolino dai cumuli, infastidite dal chiasso, penso.

Il marciapiede da cui partono gli autobus straripa di gente, accaldata, per lo più nervosa ma con uno strato di rassegnato fatalismo che deve essere il risultato dell’intossicazione dai gas di scarico, visto che tutti i pullmann hanno il motore acceso. Per l’aria condizionata, suppongo. Intossicarsi prima per poter respirare poi.

Assisto alle operazioni di scarico di passeggeri e bagagli da un pullmann appena arrivato e alla quasi contestuale operazione di carico di gente e bagagli per la ripartenza in direzione opposta. E’ fatale che 100 persone (50 sono arrivate, 50 devono ripartire) messe a fare queste operazioni in totale anarchia intorno ad un solo pullmann finiscano per fare, diciamo così, un po’ di confusione. Volano parole grosse, qualche spintone, misti al pianto di una ragazzina che non è stata abbastanza svelta a scaricare e ormai la sua valigia giace sotto mezza tonnellata di zaini militari caricati per la ripartenza.  Gli autisti intanto fumano all’ombra qualche decina di metri più in là, tranquilli e freschi come rose.

Finalmente arriva anche il mio, di pullmann. Fortunatamente pochi vogliono andare dove vado io, e quindi la tregenda non si ripete. Partenza prevista per le ore 20:15.

Dalle 20:00 l’autista sta parlottando fittamente con due tizi in borghese. Sale con faccia preoccupata sul pullman e ne scende con una pacco di documenti, che i tizi esaminano con calma. Risale per chiedere a quelli di noi seduti nelle prime file i biglietti, che sono biglietti di Trenitalia, visto che quello è un pullmann che fa servizio sostitutivo in concessione sulla tratta Napoli – Metaponto. Li mostra ai tizi.

Ore 20:20: il parlottamento continua, l’autista allarga le braccia desolato, si attacca al cellulare, continua a parlamentare con la faccia sempre più viola. Il motore del pullmann è acceso, ma niente aria condizionata. I pochi viaggiatori scendono e si informano. I due tizi sarebbero poliziotti, qualifica della quale dubiterò fino alla fine, e vogliono l’autorizzazione di Trenitalia alla ditta di pullmann per fare quel servizio. Intanto, già che ci sono, controllano tutto l’ambaradan di tachigrafo, carte di circolazione, assicurazioni, dotazioni di sicurezza e via così.

Ore 20:30: i “poliziotti” chiedono di poter scaricare e controllare i bagagli. Il gruppetto di passeggeri si rifiuta compatto e comincia a rumoreggiare sentitamente per il ritardo. I “poliziotti” non insistono (??)

Ore 20:40: terminate le contrattazioni, l’autista risale sul pullmann e si predispone a partire. Gli hanno ritirato il libretto di circolazione del mezzo, perché la famosa autorizzazione non è saltata fuori e i “poliziotti” non gli hanno dato credito (lui assicurava un fax entro un’ora). Intanto alle spalle dei “poliziotti” un barbone beve una birra, e spacca la bottiglia sulla paratia metallica, lasciando i cocci a terra. Poi si gira e piscia contro le stesse paratie.

L’autista accende l’aria condizionata e parte, bestemmiando e inveendo contro la Polizia, il Governo, sé stesso e raccontando ad alta voce, a nessuno di preciso, quello che è successo, tornando a bestemmiare e ad inveire, almeno fino a Torre Annunziata, confortato e sostenuto da tutti i passeggeri.

Un’altra bella domenica meridionale è finita.

Perchè lavorare ad Agosto?

sabato 2 agosto 2003

Non è tanto umano, diciamo la verità. E poi è Sabato, e fuori si sta d’incanto, aria frizzante a ricordarti le bufere notturne e solicello tiepido a ricordarti che tutto sommato è ancora estate. E pensare che quando ero piccola questo era già il secondo giorno di mare, avevo già fatto amicizia coi bambini delle villette/bungalow/tende vicine e di sicuro mi ero già ustionata nonostante i chili di Coppertone che mia mamma mi spalmava con la pala ed ero già costretta a fare il bagno con la maglietta. Invece l’ufficio dentro è sempre uguale, del tutto impermeabile alle stagioni se non fosse per i già noti fatti relativi alla temperatura aziendale.

Ci siamo solo io, l’Architetto (rimasto solo dopo che moglie e figlie sono partite per il mare) e il Capo, che fosse per lui lavorerebbe anche la notte di Natale, tagliando a mezzanotte un panettone col tagliacarte. Ha provato a farsi il caffè da solo, stamattina, per dare prova di non dipendere poi totalmente dalle sue impiegate/figlie, e nell’ordine:

1. ha ignorato la spia gialla lampeggiante che comunica al mondo che la macchinetta del caffè, come la maggior parte degli esseri viventi, ha bisogno di bere con regolarità;

2. ha infilato la cialdina e spinto l’apposito sportellino-levetta, e non è successo niente. Ovvio. Senz’acqua, la umile ma intelligente macchinetta si blocca, dal momento che l’acqua è guarda caso una delle due indispensabili materie prime necessarie a fare un caffè;

3. ha messo l’acqua brontolando e cominciando a lanciarmi sguardi imploranti;

4. la cialdina, però era ormai stata inghiottita. Recuperarla con mezzi meccanici (tagliacarte, unghie, righelli et similia) può avere due soli risultati certi, e cioè frantumarsi uno o più falangi e scassare uno o più attrezzi di cancelleria, oltre alla macchinetta, ovviamente. Esiste un modo per il recupero, e la mia fronte portava la scritta IO LO SO MA NON TE LO DICO mentre l’implorazione era diventata vocale, con totale perdita della dignità.

Sospirando, della serie “questi uomini non sanno fare nulla ed in più se sono Capi questo interferisce anche sulla loro credibilità professionale” ho provveduto alla realizzazione del miracolo (basta spingere con una seconda cialdina, anche usata, e la prima cadrà nell’apposito cassettino, e potrà essere recuperata) e ho fatto il caffè.

L’ingrato si è lamentato che faceva schifo lo stesso, ma è stato solo per recuperare la suddetta dignità.

Vi bacio, non vi divertite troppo.