Vacaaaanza, finalmente!!

Da tre giorni sono in uno stato semi catatonico, non spiacevole però strano. Per le prime 12 ore dopo la fine del lavoro ho continuato, per inerzia, suppongo, a muovermi diciamo normalmente, uscire, fare la spesa, etc. etc. Poi piano piano mi sono rallentata fino a fermarmi quasi del tutto. Stamattina non sono nemmeno uscita, ancora. Anche se sembra che non abbia fatto niente, ho realizzato i seguenti piccoli capolavori:

1. comprato nuovi bloccaserrande in acciaio ottonato e sostituiti ai vecchi: buttato quelli rotti e messo quelli recuperabili a finestre finora sguarnite. Risultato: tutto il lato nord – nordovest della casa, il più vulnerabile, è ora più o meno protetto. Certo, se arrivano ladri con tenaglie da Genio Guastatori e bazooka non ci faccio niente, ma fido di scoraggiare almeno i balordelli. Il proprietario del negozio di ferramenta mi ha chiesto: chi deve montarli? Ora, a parte l’idiozia della domanda (esistono forse bloccaserrande da uomo e da donna, o da esperti e da principianti?) alla risposta “Io” mi ha guardato stralunato e mi ha detto “MA NON C’E’ UN UOMO CHE POSSA AIUTARLA?”. Per farvi capire il livello di sfiducia maschilista nelle mie capacità di bricoleuse, vi ricordo che un bloccaserrande si monta avvitando n° 2 viti allo stipite in legno della finestra, dal lato interno. Attrezzo occorrente: n° 1 cacciavite. Tempo occorrente: n° 3 minuti. Certo, c’è il rischio di montarli dal lato sbagliato (destra e sinistra non sono intercambiabili), c’è il rischio di voler usare un cacciavite normale mentre invece le viti sono a stella, e ovviamente c’è il rischio di cascare di sotto. Nel mio caso, c’è anche il rischio di essere guardonata dai Vigili Urbani che hanno gli uffici di fronte casa mia, come infatti è puntualmente successo. Io ero in maglietta e mutande, ho dovuto interrompere il lavoro per mettermi una tuta e abbassare la serranda, sdegnata. Nonostante la non straordinarietà dello spettacolo, mi è parso di sentire chiaramente un “ohhh” di delusione.

2. fatto bucato di tutto ciò che era lavabile a casa mia e segnatamente nel mio armadio, visto che starei preparando la valigia per il mare. Il tutto miracolosamente senza far assumere colorazioni inedite ai capi messi a lavare. Sono proprio una donna di casa.

3. cucinato con somma gioia, anche se a momenti svenivo per il caldo, in tutta rilassatezza e solo per me: a. pizza per metà con cipolle e capperi e per metà con pomodorini e origano; b. crema di verdure à la bourguignonne; c. fettuccine con i funghi; d. trenette al pesto. Non nello stesso giorno, era chiaro?

4. andata in libreria a fare scorta di sopravvivenza per le vacanze: comprato 4 libri, e nonostante le edizioni quasi economiche mi sono purgata ben 41 euro. Ho dato preferenza a testi semi scientifici su argomenti per i quali vado pazza: disturbi alimentari, casi clinici socio-psichiatrici freudiani commentati, poi un poliziesco americano e un affare rilassante, che parla comunque di cibo. Inoltre, mi porto Simenon e Simone de Beauvoir in lingua originale che mi ha regalato la mia insegnante di francese verso Natale e ancora non ho nemmeno aperto. Comprato anche un quaderno di Emergency rosso per scrivere mio diario di vacanze. La mancanza di supporto informatico non mi fermerà, al mio ritorno vi sciropperete racconti e riflessioni, volente o nolente.

5. caricato il lettore di MP3 di scorta di musica sempre per serate di mare davanti al tramonto o sulla spiaggia intenta a scottarmi (non mi illudo, succederà anche quest’anno).

6. comprato in erboristeria profumo e latte corpo al tè verde & cedro, combinazione deliziosamente fresca ed estivissima che consiglio a tutte le signore in ascolto, la prima volta che l’ho usato la gente mi veniva dietro annusandomi, maschi o femmine che fossero.

Per il resto, dormito, letto, visto televisione fino quasi alla nausea, sentito radio, lavorato a maglia (a proposito, mi devi ricordare di portarmi pure ferri e gomitolo), innaffiato piante con spreco abnorme di acqua e schizzando di terra balconi, terrazza e inondando pure piano di sotto, per fortuna momentaneamente disabitato e anche quando abitato, abitato da fratello e sorella più giovani di me molto tolleranti al limite del menefreghismo e che si fanno i fatti loro.

Mi manca solo la depilazione. Questa però ve la risparmio, potrebbero esserci in ascolto orecchie innocenti.

24 hours

L’implacabile scadenzario orario del PLP, ovvero: come si può passare dalla stanchezza alla rabbia alla disperazione al surreale nel giro di nemmeno 24 ore.

19 Agosto, ore 8:00 – Paoletta ha dormito da me, non ce la faceva ieri sera a fare due ore di viaggio e a rifarne due stamattina per essere qui così presto. E’ arrivato il momento di spiegare: Paoletta non lavora nella nostra azienda, ma in un’altra, con la quale abbiamo un accordo per così dire “politico”. L’accordo prevede che noi lavoriamo, e il progetto passerà sotto il nome dell’altra azienda. In cambio, in un’altra area territoriale il progetto potrà essere tutto nostro. La Capa di Paoletta è un altro personaggio da blog, che racconterò un’altra volta. Per ora, basti sapere che è dura, rompipalle, e pignola. Mi offro di ospitare Paoletta anche la notte successiva, l’ultima prima della scadenza. Lei nicchia, si guarda i piedi, poi biascica che lei “vorrebbe partire verso ora di pranzo”. Un lancinante sospetto comincia a farsi strada, ma non indago oltre. Abbiamo troppo da fare.

19 Agosto, ore 11:00 – Comincia lo strazio degli allegati. Gli allegati sono documenti formali, ad esempio – fra gli altri – curricula dei componenti la compagine sociale, che a loro volta sono enti pubblici, o associazioni, o consorzi. Bisogna allegarli, appunto, ma una sintesi del loro contenuto va inserita nel testo. Compito della raccolta degli allegati è dell’altra società. Scopriamo ben presto che finora è stato fatto veramente poco, Paoletta e altre sue colleghe si rimpallano le responsabilità fra loro e con la Capa, non in sua presenza per carità. Dopo stillicidi di telefonate, i curricula cominciano lentamente ad arrivare. Pochissimi via e-mail, la maggior parte via fax. Bisogna TRASCRIVERLI, uno per uno. Abbiamo uno scanner ma funziona male e i refusi che riporta nel testo informatico sono talmente tanti che si fa prima a riscrivere tutto. Lo faccio io, borbottando fra me che la prossima volta ce li possono mandare con i segnali di fumo, visto che nel 2003 ancora la posta elettronica è un tabù. Fra una cosa e l’altra, abbiamo perso tre ore. Paoletta va nel suo ufficio per ripescare altre carte, ma ci saluta come chi è sicura di partire.

Scoppia la rivolta degli schiavi. Andiamo nella stanza del Capo e gli urliamo tutta la nostra rabbia: ma come, il lavoro viene consegnato sotto il LORO nome, e loro SE NE VANNO IN VACANZA??? 24 ore prima della scadenza, non c’è NESSUNO di quella società che controlli? e chi sarà responsabile, se qualcosa va storto? e chi si metterà in moto, se manca un documento? e se ce ne andassimo anche noi oggi, in vacanza, chi consegna? Il Capo è talmente stanco, e ci vede talmente incazzati, che ci dà ragione: prende il telefono, chiama la Capa, la cazzia fieramente per questa debacle dei suoi. Risultato, alle 13:30 Paoletta torna con i documenti, gli occhi gonfi, e furiosa con noi, anche se non può darlo a vedere. Cincischierà ancora inutilmente per un paio d’ore, poi, spalleggiata dalla Capa, se ne andrà comunque. Comincio ad odiare la Capa, che prima di andarsene anche lei in vacanza mi dirà: “A chi mi posso affidare per essere certa che non manchi niente? A chi? A Marta Sofia? Sì, vero? TI ASSUMI TU LA RESPONSABILITA’??” Starei per mettermi a piangere anche io, per la rabbia, ma sono di un’altra tempra, e mi limito ad annuire e a rispondere “Anche perché non c’è nessun altro, dei tuoi” e a sbattere un po’ di cartoleria verso la porta dopo che lei è uscita.

19 Agosto, ore 14:00 – ci interrompiamo per mangiare un boccone, il solito panino con la solita mortadella e la solita mozzarella Posticchia Sabelli, col solito chinotto, passione del Capo, che è andato a fare la spesa. Il bar di fronte ha chiuso prima di Ferragosto e non riaprirà prima del 25, credo. Sono così depressa e l’aria condizionata è talmente a palla che mi si blocca la digestione. Scrivo con la destra e con la sinistra mi massaggio la pancia. Partono le stampe e le copie. Due pagine per ogni copia devono essere stampate a colori. La rete va in tilt, ovviamente, e non si riesce a stampare niente da nessuna parte. Bisogna spegnere tutto e far ripartire. Fatta la prima copia, si fotocopia col fascicolatore. La fotocopiatrice, miracolosamente, non si inceppa neppure una volta. Però surriscalda drammaticamente il corridoio. Passare da lì alla stanza dove stiamo lavorando è come passare da Calcutta a Oslo, con compromissioni serie ai nostri apparati fonatori. Prima di sera, saremo tutti più o meno afoni e con le tonsille gonfie.

19 Agosto, ore 20:30 – una buona notizia: il Consiglio di Amministrazione di una delle società per cui stiamo lavorando ha approvato il progetto “salvo alcune piccolissime modifiche” chiosa l’Architetto, sempre ottimista. Questo vuol dire che il completamento del secondo progetto diventa una faccenda più lunga e più complicata. Telefona uno dei soci della prima società, quella per la quale il PSL è già stampato e fotocopiato, timbrato e firmato, e chiede “se si può fare qualche integrazione”. Approfittando del fatto che lo conosco da anni, lo mando a fare in culo bruscamente.

19 Agosto, ore 23:15 – io e l’Architetto abbiamo finito di inserire le “piccolissime modifiche” e ogni altra integrazione necessaria. Io e la buddista ce ne andiamo, sfinite, l’Architetto, in fase insonne evidentemente, dice che si fermerà ancora un’oretta per inserire nel testo le tabelle con i dati finanziari. A casa mangio una testa di scamorza affogata in tre litri d’acqua, e mi fiondo sul letto quasi senza svestirmi.

20 Agosto, ore 00:15 – squilla il cellulare. Faccio un salto, santiando, e rispondo. E’ l’Architetto. Dal PSL mancano in maniera del tutto misteriosa circa 15 pagine, che avevo inserito io più di un mese fa. Gli dico dove andarle a recuperare, mi riaddormento col telefono in mano.

20 Agosto, ore 7:00 – siamo già in ufficio. Con calma e un po’ di freschezza e lucidità ritrovate – una doccia fa miracoli – facciamo il primo pacco, carta, scotch, ceralacca, timbri, firme. Il secondo progetto viene limato, editato, rivisto, e stampato. Si ripete la trafila del giorno prima per fotocopie e stampe a colori. Anche le macchine sono stanche.

20 Agosto, ore 10:30 – facciamo la check list del secondo progetto e ci rendiamo conto che manca un documento formale, un attestato che è ancora in possesso del Notaio che l’ha redatto. Il Notaio viene rintracciato a telefono, cazziato, uno di noi parte a razzo per andare a prenderlo. Recupera il documento, sta tornando da noi, quando viene raggiunto al cellulare dalla segretaria del Notaio. Gli hanno dato il documento sbagliato, deve tornare indietro e fare il cambio. Si è persa un’ora preziosissima.

20 Agosto, ore 11:45 – non c’è tempo di chiudere anche il secondo pacco, ma il bando prescrive che sia perfettamente sigillato, pena l’inammissibilità. L’Architetto ha un’idea geniale. Mi urla di prendere tutto il necessario per la chiusura del pacco e seguirlo. Chiama al cellulare quello che ha il documento recuperato dal Notaio, del quale occorre una fotocopia, e lo dirotta davanti alla Regione.

20 Agosto, ore 11:55 – Saliamo tutti e tre all’ufficio protocollo. Regna una calma surreale. Entro solo io, con un bottone della camicetta aperto in più e il pacco smembrato sotto il braccio. Piazzo sotto il muso dell’impiegato la lettera di accompagnamento per farla protocollare, e piegandomi un po’ sulla scrivania e sbattendo gli occhioni gli sussurro dolcemente che “ho solo un piccolissimo problema, vede qui il pacco? era stato fatto male, sa, la fretta” sorrido come il pitone quando sta per inghiottire il topolino “e si è rotto, tocca rifarlo, quindi se non le dispiace lo sigillo qui, è questione di un minuto …” Il protocollista basito fa sì con la testa. Intanto l’Architetto si è fiondato in un’altra stanza a fare le fotocopie del documento notarile (18 pagine). Alla 17°, finisce la carta.

Per evitare che si renda conto che non si tratta solo di sigillare, ma di aggiungere un documento, io sto intrattenendo il protocollista con il mio miglior repertorio di smielamenti, approfittando della provvida presenza di un minuscolo acquario piazzato sulla sua scrivania. “Ahhhah ma che carino, è suo?” (e di chi potrebbe essere, visto che è piazzato a dieci centimetri dalla targhetta che porta il suo nome?) “E sopravvivono? voglio dire, l’aria dell’ufficio non li avvelena?? ahahaha!! (rido da sola alle mie battute) “Ahahah, ma vedo anche delle piante! lei è proprio un amante della naturaaa!!” Il protocollista, che si era distratto un attimo alle mie stronzate, si riprende e chiede: “Bè, ma allora ‘sto pacco, lo chiudete o no?” Sto meditando di cominciare a fare la danza del ventre, quando entra il provvido Architetto, con doppia copia di documento in mano. Da allora, tutto sembra svolgersi a ritmo di Charlie Chaplin in Tempi Moderni: integrazione, carta, scotch, timbri, sigilli, ceralacca squagliata con l’accendino del protocollista, che per fortuna è un accanito tabagista, e ustioni di 3° grado del pollice dell’Architetto, che virilmente resiste al dolore, anche se diventa paonazzo.

AAARRRRRGGGGHHHHHHHH!!!!!!

Questa è la trascrizione fonetica più o meno fedele dell’urlo liberatorio lanciato dalla sottoscritta davanti ai cancelli della Regione, dopo aver consegnato gli ormai celeberrimi PSL. L’urlo suddetto ha creato scompiglio nelle guardie giurate che bivaccavano con facce da tonni del Mar Mediterraneo tra la guardiola e l’atrio. Mi ci è voluto un pò per convincerli che non mi sentivo male e non era colpa del caldo (o forse anche) ma solo della stanchezza.

In ufficio, brindisi a rosato del Vulture ghiacciato tra me e i compagni di sventura, più uno stralunato capo vittima dell’aria condizionata e quindi afono.

Raga, ce l’abbiamo fatta. Due dei più bei lavori che io abbia mai fatto in vita mia sono stati impacchettati e diverranno traccia esecutiva di lavoro per due società consortili per i prossimi tre anni. Per i prossimi tre anni almeno venti persone lavoreranno sulla base di cose che io (insieme al mio gruppo) ho scritto. Sono soddisfatta, ci credete?

Adesso vado a casa, mi devo fare una doccia di tre ore e una dormita di dodici.

Stay tuned, non sono ancora partita 🙂

Domani, solo domani ..

Siamo al delirio più puro. Io, l’Architetto e la buddista siamo rimasti soli, perchè tutti i numerosi collaboratori esterni sono ANDATI IN VACANZA

Mi pare  giusto, no? La scadenza è DOMANI, e la gente ha pensato bene di partire OGGI. Così resta nostra la responsabilità dei controlli, della documentazione formale, dei documenti amministrativi da allegare, della regolarità di questi ultimi. Sono troppo arrabbiata e sconvolta e stanca pure per bestemmiare.

Spero di sopravvivere fino a domani, alle ore 12:00, senza appicciare tutto.

Qualunque manifestazione di solidarietà sarà ben accetta.

Ancora due giorni …

Fra 48 fetentissime ore ‘sto strazio finisce, grazie a Dio. Siamo qui, raggruppati sotto il bocchettone dell’aria condizionata, che peraltro ci ha rovinato la salute un pò a tutti, ad aspettare le inevitabili modifiche e/o tragedie dell’ultima ora. Nel frattempo disegniamo fiorellini sui fogli di carta da riciclare, e facciamo cose inutili ma perditempo come la correzione ortografica dei refusi, o qualche abbellimento grafico delle copertine.

Abbiamo saputo che il progetto che il Capo non ha voluto svendere è stato comunque consegnato (non il nostro, o almeno così spero, ma finchè non lo vedo ..) e quindi si è verificata una delle due ipotesi che avevo segnalato qualche blog fa, perlomeno salvando la nostra faccia.

Comincio a sentire la stanchezza che si accumula. Ho dormito malissimo stanotte, per via del caldo o forse della pizza con le melanzane, ma anche perchè ho sognato ripetutamente che non riuscivo a scrivere un testo nelle apposite caselle, il testo era enorme e le caselle troppo piccole, tipico incubo di chi sta finendo un lavoro e teme di non fare in tempo, e mi svegliavo di soprassalto, grondante sudore.

Oggi, solo frutta, giuro.

Stay tuned, a dopo

P.S. Io non vorrei infierire, ma una mezz’ora fa è stato pubblicato un intervento su un blog dell’ennesimo poeta incompreso, del quale sarei tentata di riportare il testo, per farne un’analisi strutturale … vabbuò, ho capito, non sono cazzi miei, ognuno pubblica che gli pare.

 

Una bella foto, va …

… anche perchè oggi la cosa più entusiasmante che mi è successa è stata che il ragazzo delle pizze ha sbagliato a consegnare, e mi ha rifilato una pizza con melanzane e zucchine grigliate invece che quella con patate e salsiccia piccante che avevo chiesto io. Ovviamente me ne sono accorta che era già arrivato a casa del cliente successivo 🙁

Mi pareva d’uopo perchè a me il mare piace molto, pur essendo nata e cresciuta in montagna, e questo fa di me una donna fortunata, visto che sto bene praticamente dovunque 🙂

Questa è una spiaggia sarda a metà Giugno, un posto delizioso dove ho passato tre bellissimi giorni a rosolarmi, abbuffarmi e fare foto come questa, della quale disconosco totalmente il merito perchè per le foto, come per il disegno, sono veramente negata.

Finale velenosetto.

Stasera ho aperto la pagina principale di Bloggers e come sempre faccio sono andata a vedere un pò di ultime novità. I bloggers che si dovessero riconoscere non me ne vogliano, ma se c’è una cosa che mi fa inquartare come un bue sono i cosiddetti “poeti incompresi”. Normalmente di genere femnminile, ma ci sono notevoli eccezioni del sesso opposto, i poeti (poetesse) incompresi/e sono quelli che aprono il blog per scrivere cose del tipo: “la vita è un fiume che scorre lacrime salate sono le tue parole sento il dolore che dolora in me come un dolore dolorante tu te ne vai e io barattolo in una discarica sento il vuoto che rimbomba” e potrei andare avanti per ore.

La poetessa incompresa è convinta che per scrivere una poesia è sufficiente mettere un pò di parole sparse, usare qualche ardita metafora tipo “io vento tu canna” e non usare la punteggiatura.

Ragazze, per il vostro bene, e (perchè no) anche per vostra cultura personale (spesso la poetessa incompresa sbaglia gli accenti, le doppie e i congiuntivi, e la scusa delle licenza poetica non sempre regge) leggetevi Prevert, Leopardi, Baudelaire, Garcia Lorca, Shakespeare, al limite Fabrizio De Andrè e Bob Dylan e poi, dopo un bel respiro, rileggetevi il vostro blog.

E domani, scrivete una ricetta di cucina.

Sono stata cattiva?   ‘notteee ……

La città che non ti aspetti

Stasera sono andata a mangiare la pizza con una coppia di amici. Per arrivare in pizzeria, ho fatto una strada che faccio 20.000 volte all’anno, e che si caratterizza per il suo assoluto anonimato: dritta, liscia, vietato parcheggiare sia a destra che a sinistra, la classica strada di collegamento: la fai, e non ti rendi manco conto di averla fatta. E’ trafficata solo una volta all’anno, a Novembre, perchè è la strada che fra gli posti porta al cimitero. Ma Novembre è molto lontano, quindi il mio stupore era genuino quando stasera sono rimasta imbottigliata proprio in questa strada, ad un certo punto della quale cartelli e vigili costringevano a percorrere a doppio senso un tratto che è sempre stato senso unico, cosa che non succede nemmeno a Novembre. Che è successo?

E di colpo, la soluzione del mistero. In fondo a questa strada, ad un crocevia così veloce che nessuno si ferma a pensarci, c’è una chiesa. La chiesa consacrata a S. Rocco, uno dei santi più venerati del meridione d’Italia, dove peraltro non mise mai piede, essendo un pellegrino francese che arrivò al massimo al Roma. Ebbene, in quel crocevia dove nessuno etc. etc., stasera c’era festa, la festa che ho descritto qualche blog fa, ma che non ricordavo assolutamente facessero anche nella MIA città, perchè non ricordavo dell’esistenza di QUELLA chiesa, davanti alla quale, come detto, passo decine di volte.

Si vede che non ero mai rimasta in città il 16 Agosto, ho pensato. Era bellissimo vedere tutte quelle bancarelle, le luci colorate montate sugli architravi di legno, la banda, e tutta quella folla, e quell’aria di festa paesana, lo zucchero filato, i palloncini a forma di delfino, le bancarelle con noccioline e semenze varie, i gelati, le ragazze sbracciate e con pretese di eleganza, pantaloni a vita bassa, magliettina corta, che camminano a braccetto con le amiche, per farsi vedere dal ragazzo che cammina in senso opposto, spavaldo insieme agli amici, camicia con le maniche rimboccate, gel nei capelli scuri.

E le signore sedute in estatica ammirazione davanti alla statua di Padre Pio, nel cortile della Chiesa (ma che c’entra Padre Pio con San Rocco, la cui statua è dall’altra parte, nel cortile davanti? ci sarà una competizione paradisiaca?), fiori, musica, pianti di bimbi, chiacchiericcio allegro e sudato, voglia di stare insieme ….

Sono passata, per un verso con sollievo, stavo facendo tardi, ma dall’altro con rimpianto, avrei voluto mischiarmi alla folla. Un pensiero mi ha attraversato la testa, e se non potessi farlo più? se questa fosse l’ultima occasione ? (è una fissa mia, penso sempre che per correre dietro ad un improbabile futuro mi perdo un sacco di cose del presente, ma poi finisco sempre comunque col tirare dritto).

C’è sempre una città che non ti aspetti, anche quando ti pare di conoscerla da una vita.

Buonanotte, buon San Rocco.

I genitori vanno educati

Sottotitolo: non sono io che sono ansiosa, sono loro che sono scapestrati!

Premessa: stamattina due minuti prima che partisse dico a mia mamma di accendere il cellulare e scopriamo che ce l’ha COMPLETAMENTE SCARICO, e così quello di mio padre. Santiando gli dò il mio e mi tengo io quello di mio padre, adesso loro hanno DUE cellulari di cui uno ben carico (il mio). Mi chiamano alle 10:00 per dirmi che sono a Napoli e alle 11:00 per dirmi che sono sull’aliscafo e sono partiti, tutto ok.

Poi, silenzio totale.

Si fa l’una, l’una  e mezza, le due meno venti. Provo io più volte e ambedue i cellulari sono spenti. Comincio a pensarle tutte, dallo scippo sulla banchina del porto di Forio al naufragio dell’aliscafo. Provo a chiamare in albergo e il telefono, per una curiosissima combinazione negativa, risulta staccato. Alle disgrazie precedenti aggiungo il maremoto e la truffa alla Totò, per cui l’albergo in effetti non esiste e quelli che mi hanno risposto fino a quel giorno in realtà sono due mercenari che fanno la tratta dei pensionati per le case di riposo di Bangkok. Torno a casa, riprovo con l’albergo e finalmente rispondono. Il direttore gentilissimo mi dice che sì, certo, i suoi genitori sono arrivati, ora sono a pranzo, glieli chiamo? E me li chiami sì, idiota, penso io, mentre riprendo lentamente a respirare.

Con una voce innocente come un cherubino mia mamma mi dice che stanno benissimo, e NON CAPISCONO PERCHE’ MI SONO PREOCCUPATA, e che la camera è meravigliosa, ora stanno mangiando, si mangia benissimo, il direttore è stato molto gentile, solo fa molto caldo, ah senti, il tuo cellulare porta una scritta che dice: “solo chiamate di emergenza”, e così via. E questa è la stessa persona che mi ha cazziato come una scolaretta l’inverno scorso perchè sono rientrata a mezzanotte meno un quarto da una cena di lavoro in una pizzeria (sapevano dove, sapevano perchè) dove però il cellulare non prendeva. Mi trattengo dall’urlare, scopro solo ora che in quella zona evidentemente per i cellulari Omnitel è Sahara e riesco solo a chiederle di mettere, PER FAVORE, il telefono sotto carica, grazie!

Li adoro!

Finalmente sola

Con grande trambusto di valigie, cellulari (regolarmente scarichi) e cose inutili infilate in borsa all’ultimo secondo, i miei vecchietti sono partiti per una settimana di mare, nella quale la sottoscritta sarà padrona assoluta dei destini di Via delle Acacie Selvatiche, 11, ovvero casa mia.

Conoscendomi, ho ideato una serie di soluzioni di emergenza per evitare di rimanere:

1. fuori casa (ho una certa tendenza a dimenticare le chiavi di casa dentro)

2. bloccata nell’ascensore (il palazzo è completamente vuoto, tranne un tecnico ospedaliero che occupa una delle mansarde, che però fa orari da Barbablù e non credo mi sarebbe di nessuna utilità per tirarmi fuori)

3. digiuna (mi sono assicurata che il servizio di consegna pizze a domicilio abbia ripreso a funzionare). No, dai, su quest’ultimo punto scherzo: io cucino benissimo, e mi piace, anche, bisogna solo vedere se ne avrò voglia, dipende dall’ora che faremo, fino a mercoledì.

Intanto fa un caldo assurdo già a quest’ora del mattino, e finchè loro non arrivano a Ischia sani e salvi sono un pò in ansia. Qualcuno me lo aveva detto che arriva un momento della vita in cui le posizioni fra genitori e figli si invertono, ed infatti eccomi qua a fare la mammina ansiosa mentre loro sono partiti sgarzoncelli e con occhiate piene di sottintesi che si scambiavano fra loro come fidanzatini che facevano la loro prima vacanza FINALMENTE SOLI. La mia posizione genitoriale è completata dalla circostanza che la vacanza l’ho pagata io

E sono sposati da 38 anni!

Vado a farmi la doccia.

Ferragosto

Oggi, sacrosanto giorno di decompressione per tutti, da trascorrere spaparanzati in terrazza con fetta di cocomero in mano (che odio, ma fa tanto estate) e gialletto in edizione economica, a guardare i miei che fanno le valigie, uno spettacolo degno dei migliori Totò e Peppino (sia detto con tenerezza).

Fa un caldo boia, già a quest’ora sto sudando come una fontana, e siamo pure a 860 metri … comunque, se non fa caldo oggi, quando? Domani e dopodomani, si torna a lavurà, per non chiudere in affanno e prevenire le rotture di coglioni dell’ultima ora. Almeno l’ufficio è climatizzato 🙂

Domani, per il calendario meridionale è San Rocco, santo la cui devozione è fortissimamente sentita dalle mie parti, e per il quale si organizzano sagre e festeggiamenti che come sempre oscillano fra il rituale-magico-ossessivo (processioni “Ohh che giorno beaaato, il cieeeel ci ha datooooo, ohhh che giooorno beatooo, viva Gesuuuuuuu” con statua del Santo portata in spalla, offerte deliranti – bracciali d’oro, stipendi interi, pezzi di arredo – ad impetrare una protezione dal cielo che mi puzza sempre un pò di ipocrita) e il profano-mangereccio-godereccio, giostre, canti balli cavatelli al sugo noccioline fichi secchi e zumpapà.

Godetevi il mare, io arrivo fra poco.