Aggiorno

1. INFR. vuol dire “infruttuoso”, ovvero sui miei principeschi depositi non mi danno più manco un cazzo di centesimo di rendita, o interesse attivo che dir si voglia. Domani vado a sbattere la soluzione del mistero sulle scrivanie dei “colleghi”, che tanto non è che ci avranno perso il sonno, a cercare di capire;

2. lo Chalet dove si beve il miglior caffè shakerato non è il Paradiso, ma da Ciro, sempre a Mergellina;

3. il bar di Fuorigrotta che fa pure lui un ottimo shakerato si chiama Blasius.

Un grazie di cuore al mio uomo, insostituibile compagno, che mi legge quando può e anzichè dormire, mi manda mail tenerissime per sopperire alle mie ignoranze.

Su Cicciotto, è d’accordo anche lui.

Buonanotte …

Caffè +10, banche -10

Dieci punti in più alla città più bella del mondo, nella quale è scoppiata la felicissima moda del caffè shakerato. Per i pochissimi umani che ancora non avessero provato questa delizia, consiglio un viaggetto nella ex capitale borbonica, anche solo per questo. I migliori, a mio modestissimo parere, sono quelli dello Chalet Paradiso a Mergellina e di un caffè di Fuorigrotta, di cui non ricordo il nome, di fronte alla fermata metro Campi Flegrei.

Il caffè shakerato è un frullato/frappè di caffè freddo o granita di caffè (meglio), gelato al caffè e un goccio di panna. So di alcuni baristi viziosi che hanno testato versioni beta con il Bailey’s e/o con il Caffè Sport Borghetti, ma non le ho provate di persona. Semisolido, da mangiare più che da bere, spolverato di polvere di cacao e guarnito di ciuffetti di panna, un caffè shekerato classico se ne scende gelido nel vostro gargarozzo impolverato e accaldato, riportando umori vitali alla superficie e sollecitando succhi gastrici ormai ridotti a liquami.

Parecchi punti in meno, invece, al ristorante Cicciotto di Marechiaro, la cui recensione entusiastica avevo pubblicato qualche tempo fa sul Porto Ritrovato. Resta sempre un luogo dello spirito, per me, però l’ultima volta che ci sono andata, la qualità e soprattutto la quantità del cibo servito si erano decisamente abbassati, ed in compenso si era alzato a vette cosmiche il conto finale. Cicciotto, mi spiace, non mi vedrai più per un bel pezzo.

Punteggio sotto zero al sistema di home banking di un notissimo Istituto Bancario meridionale. Vi danno il codice utente (8 cifre) e la password (5 cifre). Dopo il secondo giorno di attesa, armati dell’entusiasmo del neofita, provate. “Utente non riconosciuto, codice utente o password errati”. Vabbuò, forse non l’hanno ancora attivato. Al 5° giorno vi sorge il leggerissimo sospetto che ci sia qualcosa che non va. Provate tutte le combinazioni possibili, sostituendo agli zeri le “o”, togliendo gli zeri, aggiungendone uno, digitando il tutto solo con la mano sinistra, hai visto mai. Niente.

Ma non tutto è perduto. In bei caratteri verdi sul sito del notissimo Istituto Bancario c’è l’indicazione di un numero verde, da chiamare “in caso di problemi con il codice utente o la password”. Chiamate, fiduciosi. Una voce metallica (perché, perché non umana?) vi chiede per primissima cosa … IL CODICE UTENTE!!  Lo digitate, sperando nel miracolo, e  – fatale come il diluvio universale – la voce metallica vi avverte che “l’utente non è riconosciuto”…

Un mercoledì da leoni

Stamattina mi sono svegliata con un umore che va dal bulldog col mal di denti allo squalo digiuno. E’ partita male già da ieri sera, quando mi sono ramazzata inutilmente nel letto fino alle due del mattino senza riuscire a prendere sonno (per inciso, approfittando dell’insonnia, mi sono vista un film italiano molto carino, credo mai passato sugli schermi cinematografici, intitolato “In barca a vela contromano” o qualcosa del genere con un accattivante Valerio Mastandrea). Risultato: stamattina mi sono svegliata di colpo con circa un’ora di ritardo sulla solita tabella di marcia e sono stata presa da quella che dalle mie parti si chiama ” ‘nziria ‘e suonno”, ovvero uno stato lamentoso-infantil-nervoso per il quale qualunque cosa anche minimamente storta fa andare su tutte le furie.

E infatti.

Mi fiondo sotto la doccia e lancio un urlo. L’acqua, che sovente nei freddissimi mesi invernali diventa gelida perchè la caldaia “va in blocco” (misterioso malessere che può dipendere anche dal troppo vento, ci disse un tecnico spiritoso, ma senza scherzare), l’acqua dicevo, era bollente come avessi dovuto farci il tè. Purtroppo la mia vetusta doccia, per un eccesso di modernità anni ’70, epoca della sua installazione, non ha i due rubinetti, ma un unico manopolone graduato altrimenti detto miscelatore. Abbasso disperata la leva del manopolone fino a 12 gradi: macchè, l’acqua mi pare più calda di prima. Chissà che cazzo è successo dentro al miscelatore dagli anni ’70 a oggi, penso fumante. Lancio un urlo agli altri abitanti della casa, nel sospetto che abbiano aperto l’acqua fredda a manetta sottraendola alla sottoscritta, ma è un sospetto infamante ancorchè infondato. Mi rassegno a farmi la doccia ustionante. Risultato: uscita dalla doccia, per reazione comincio a sudare come una fontana, reazione fisica che odio con tutte le mie forze. Non ho ancora a smesso, a distanza di due ore dalla bollitura.

Sto per uscire, lo sguardo mi cade su una busta intestata della mia banca. Ho richiesto una carta di credito da dieci giorni, hai visto mai che mi è arrivata a casa? Le speranze si infrangono di fronte ad un misero foglietto sul quale c’è scritto, più o meno testualmente: “Egregio cliente, bla bla bla, la informiamo che il tasso creditori ha subito una variazione (rigo di sotto, in evidenza) DA: 0,125% (lussuoso tasso di interessi attivo che mi ha permesso di vivere senza problemi finora, solo lucrando sui miei principeschi depositi) A: INFR.

A INFR.?? E che cazzo significa? La mia vita non cambierà, per la miseria, ma posso almeno sapere in un italiano comprensibile a quanto mi avete abbassato il fottuto tasso di interessi attivo? CHE VUOL DIRE INFR.???

Mi precipito in banca, che è sullo stesso pianerottolo dell’ufficio (l’ho scelta solo per quello, per il resto fa cagare) e chiedo lumi. Mi fanno attendere ad un bancone informazioni per circa dieci minuti, mentre l’impiegata addetta ha il naso chino sulle carte 5 metri più in là e fa finta di non vedermi. Fermo quello che poi si rivelerà essere l’usciere e chiedo a lui. Mi guarda come se gli avessi chiesto di misurarmi con un metro da sarto la distanza fra la Terra e la Luna e mi dice che – ma pensa un pò – devo chiedere alla “collega”. Dopo altri dieci minuti mi rompo le palle, entro a passi di carica nel retrosportello, rischiando di passare per una kamikaze norvegese – vabbè, mediorientale non posso sembrare – e piazzo l’ormai ciancicato fogliettino sotto il naso della “collega”, visibilmente colta di sorpresa. Guarda, legge, rilegge, passa al “collega” seduto di fronte, che legge, ripassa alla “collega”. Il foglio fa il giro degli impiegati, suscitando nell’ordine: 1. ilarità; 2. perplessità; 3. disappunto, ma nessuno straccio di spiegazione. Quando sta per ritornare a me, come nel gioco del telefono senza fili, guardo il “collega” e gli dico: “Niente, eh? Allora senta, facciamo così: ve lo lascio. Attaccatelo al muro, poi ripasso fra un paio di giorni e magari mi fate sapere. Grazie!”

E infilo dignitosamente il tornello di uscita.

In ufficio l’Archtetto è entrato nella fase efficientista e mi sta martellando la salute da circa un’ora con ipotesi di variazioni minime ad un testo redatto da me, che non cambieranno il senso generale del testo, ma faranno perdere circa tre ore di tempo.

Ho paura di sapere come andrà a finire, ‘sta giornatina ….

Le immortali opere di Teomondo Scrofalo

Da ieri altre due immortali opere del Maestro Teomondo Scrofalo fanno bella mostra di sè sui muri dell’ufficio. Teomondo è un artista locale, i cui quadri olio su tela a mio modestissimo parere rifiuterebbero in un suburbio turco, ma fanno impazzire il mio Capo e, per osmosi, i suoi figli. Teomondo l’ha capito, e ogni sei mesi circa viene qui a piazzare la sua mercanzia ancora umida. Dopo un tira e molla economico poco dignitoso per il Maestro, ma indispensabile contorno alla vendita per l’anima mediorientale (senza offesa) del mio Capo, le immortali croste restano qui e un cospicuo assegno va via insieme al Maestro, che secondo me non può credere alla fortuna di avere trovato una tale famiglia di poll… ahemm, di intenditori.

Le suddette opere girovagano poi per qualche settimana appoggiate a tutti i muri dell’ufficio, per trovare la luce migliore, infine vengono appesi con cerimonie solenni, generalmente dietro porte o librerie, ma talvolta anche esposte al pubblico ludibrio. “Bello, eh?” esala il Capo quando il mio sguardo vitreo si posa sul capolavoro, che fra l’altro è impossibile non notare perchè Scrofalo dipinge solo su tele della dimensione di lenzuola a due piazze. “Fantastico” rispondo io, trattenendo i conati di vomito.

Ma non è finita qui. Qualche mese fa un collaboratore occasionale venne incaricato di redigere l’inventario. Costui, uomo non particolarmente brillante, se proprio vogliamo usare un eufemismo, si mise al lavoro. Consegnò il documento e subito tutti ce ne dimenticammo. L’inventario è venuto fuori di recente, per ragioni contabili. Preciso nella sua opacità, l’uomo ha classificato i quadri del Maestro con le seguenti diciture:

Cod. XY32 – “Quadro di Teomondo Scrofalo raffigurante due amanti” lì dove l’iperastrattismo del Maestro raffigurava due chiazze rosse e nere con sembianze vagamente umane su uno sfondo che pareva vomitato da un cane; oppure

Cod. VG67 – “Quadro di Teomondo Scrofalo raffigurante un uomo” (apparentemente, l’Urlo di Munch però masticato da uno squalo). Poi si è arreso: di fronte all’ennesima brodaglia di colore ha riportato:

Cod. JU89 – “Quadro di Teomondo Scrofalo ASTRATTO”.

Università, lavoro, semafori & vacanze

1 – In uno dei miei impeti autolesionistici da infilare nella categoria “Come se non avessimo già abbastanza da fare”, mi sono candidata per partecipare alla selezione a 175 posti da allievo nel Corso di Laurea in Scienza della Comunicazione presso l’Università della mia città. In altre parole, se passo la selezione, che si svolgerà l’11 Settembre (bella data sfigata) mi reiscrivo all’Università, dopo 14 anni dal glorioso termine dei miei primi studi universitari. Ma perchè? direte voi. E che ne so? Un impulso irrefrenabile, e la vaga sensazione che la materia mi piaccia infinitamente di più dei codici e delle pandette che sono stata costretta a studiare nella mia prima vita accademica.

2 – La SPLP si avvicina. Non bastasse il calendario a ricordarmelo, ci pensa l’Architetto, responsabile ufficiale del Progetto, che entra al mattino e senza dire manco buongiorno si fionda nella nostra stanza con gli occhi vagamente allucinati e chiede: “A che punto siamo?”, domanda cui di solito è impossibile rispondere in due parole, perchè le novità, le micromodifiche, gli accordi, le spedizioni on line cambiano e si accumulano ogni 20 minuti. Per tagliare corto, nessuna gli risponde, o risponde con un’altra domanda che non c’entra niente. L’Architetto sconfitto ma non domo si allontana. Tornerà dopo una mezz’oretta con qualche altra domanda insidiosa. Il gruppo di lavoro cresce in modo esponenziale a mano a mano che passano le ore, e quindi i contatti da tenere e le riunioni di lavoro si moltiplicano con progressione geometrica come in quel fenomeno matematico che Dio mi fulmini se mi ricordo come si chiama.

3 – la patente a punti è una santa cosa, lo dico senza ombra di ironia. Ma. C’è un ma. Nella città più anarchica del mondo, già capitale in epoca borbonica, esistono semafori rossi a cui ci si ferma, semafori rossi a cui si rallenta, solo per prudenza, e semafori rossi ai quali da tempo immemorabile si tira dritto, come se non esistessero. A difesa del popolo che amo, devo dire che questi ultimi semafori sono stati messi – mi hanno detto – negli anni ’60 da una ditta che faceva capo al Comandante Lauro, e quindi sono assolutamente irrazionalmente inutili. Problema. In questa beneamata tremenda città, nelle frazioni di secondo che intercorrono fra il rilevare de visu che il semaforo è rosso (o, peggio, giallo) ad uno di questi semafori e il premere il pedale del freno,  bisogna fare uno studio costi/benefici e decidere se è meglio tirare dritto, con il rischio di perdere 5 punti sulla patente (i vigili sono in agguatio dietro i cespugli o dietro i cassonetti dell’immondizia traboccanti), o fermarsi, con il rischio di venire in***ati da chi segue, e non si pone tanti sofismi.

4 – forse vado in vacanza in Scozia. Non chiedetemi cornamuse, che non ve ne compro.

La lunga estate calda (e innamorata)

Nonostante l’infelicità della situazione, stare a picchiettare su una tastiera di pc una lunga lettera d’amore in un rovente pomeriggio  di domenica di una interminabile estate calda, al buio o quasi, per limitare al massimo le fonti di calore, può avere un suo fascino.

Soprattutto se una mail è l’unico modo che hai di comunicare con un uomo, il tuo uomo, affidare le tue parole ad un doppino telefonico e sperare che lo raggiungano senza intoppi, che lui le veda e – miracolo – possa pefino risponderti.

C’è qualcosa di sacrale e speziato nel sedersi davanti al pc, in abiti leggeri, e cominciare a pensare a quello che vorresti dirgli, scriverlo e rileggerlo per sentire che effetto fa. Anche il suono del cellulare che ti avverte che è arrivato un messaggio, provoca un minuscolo tuffo al cuore, e temporeggiare, cincischiando col telecomando della tv, invece di precipitarsi a leggerlo, è un modo come un altro per godere. Per non parlare poi dell’avviare la connessione, riconoscere come una preghiera i misteriosi rumori del modem, vedere in basso a sinistra comparire il noto simbolino della Posta in arrivo, e poi vedere la SUA cartella che si grassetta, e il garrulo pc avvertirmi che c’è “n° 1 messaggi da leggere”.

Tutto questo mentre il sudore scorre a fiumi, non essendo la postazione del mio portatile messa in un punto particolarmente fresco. Ma anche quello viene offerto come un obolo al contenuto della mail in arrivo, che è sempre tenera, sempre commovente, sempre riesce a spremermi una lacrima, una sola, dall’occhio sinistro in genere, che scivola via e si mescola al sudore.

Un giorno tutto questo finirà, e credo che un pò mi mancherà.

Telefoni

Tra i prodotti tecnologici che meno hanno risentito dell’avvento della modernità, nel nostro ufficio, ci sono i telefoni. Il centralino che sovrintende al loro funzionamento ha conosciuto Meucci dal vivo, ed è quindi fatale che, uno dopo l’altro, gli amati apparecchi che ci tengono in contatto col mondo tendano ad abbandonarci, e non siano rimpiazzabili perchè i tecnici consultati li guardano e poi si mettono a ridere, proponendoci subito un preventivo per l’acquisto di una centralina (e relativi apparecchi) nuovi.

 

Così, la situazione a tutt’oggi è la seguente:

 

1. nella stanza della segretaria ci sono due scrivanie, di cui una sola occupata, ed un solo telefono, abilitato però a fare chiamate ai cellulari, funzione inibita a tutti gli altri apparecchi dell’ufficio per una botta di micragnosità del Capo di ormai due anni fa. La procedura per le chiamate in entrata è la seguente:

 

a. la segretaria risponde a telefono;

 

b. mette in attesa premendo un semplice tastino rosso;

 

c. passa la chiamata digitando il numero dell’interno desiderato. Facile, no?

 

2. nella mia stanza, dove lavoriamo in due, c’è un solo apparecchio, la cui suoneria NON funziona. Fortunatamente la stanza è adiacente a quella della segretaria, quindi c’è già un primo emendamento alla procedura descritta, per il quale il punto c. è sostituito da “passa la chiamata chiamando a voce il nome dell’utente desiderato”. (Il motivo per il quale il mio apparecchio non funziona è il cedimento strutturale dovuto ai ripetuti sbattimenti sul pavimento, causati dalla collega che c’era prima della buddista, che puntualmente iniziava  a parlare e poi si allungava verso un documento, una penna, la limetta delle unghie, dimenticando che il telefono era su un’altra scrivania e tirandoselo dietro fino a collasso avvenuto. Per evitare che rimanesse solo il tastierino, avevo fermato il telefono alla scrivania legandolo con gli elastici da pacchi)

 

3. nella stanza tecnica, tutto funziona a meraviglia: però ci sono pur sempre 2 telefoni per 3 persone, che cambiano posto fra loro a sorpresa come nella quadriglia, a porte rigorosamente chiuse; quindi si digita il numero dell’interno, e poi si aspetta di vedere se la sorte ha giocato a favore. La segretaria qualche volta ricava da questa lotteria divinazioni per la sua giornata e nuemri da giocare al Superenalotto

 

4. anche nella stanza dell’architetto la suoneria NON funziona. Il problema è che la stanza dell’architetto dista circa 20 metri + un angolo, in linea d’aria, dalla stanza della segretaria. Il punto c. è dunque sostituito da “passa la chiamata urlando AAARCHITEEEETTTOOOOOOOOOOO una o più volte, fino a che l’architetto non sente”.

 

5. il telefono del Capo – nemesi divina – ha problemi con il cavo della cornetta, per cui quando risponde sembra Massimo Boldi quando faceva il TG a Drive In: “Proonto! Proonto!” (e sbatte la cornetta) “Pronto!” e così via….

Pubblicazioni

Da più di un anno siamo tormentati dal problema di dover a tutti i costi fare delle pubblicazioni. Nessuno si sposa: intendo dire che abbiamo dei testi (saggi, ricerche, monografie, allegati statistici) che dobbiamo rendere visivamente simili a libri, di quelli che si comprano nelle librerie.

Facile, direte voi. Si porta il file in una tipografia di medie dimensioni e con una spesa tutto sommato modica, quella vi sforna 500 copie con tanto di copertina patinata, della quale, volendo, potete perfino concordare la forma grafica. Ingenui. Non avete fatto i conti col Capo, che si è messo in testa – per altri motivi, ma questo è il risultato – di diventare tipografo. Ci sta martellando la salute da circa un anno e mezzo con questa storia dei macchinari per tipografia, “ma non proprio per una tipografia, piuttosto, ecco, macchine per centri stampa” dei quali vuole sapere da noi costi e funzionamenti. L’idela sarebbero delle macchine che costano pochissimo e che fanno tuttissimo, utilizzando la carta igienica (usata) invece delle risme di A4 e soprattutto lo fanno da sole, basta pensare al libro ed eccolo sfornato.

Dopo avere sondato tutti i tipi possibili di macchine in un escalation che va dal ciclostile a manovella anni ’70 fino alla macchina spaziale a sintesi vocale passando per la macchina a rullo di Peppino De Filippo nella Banda degli Onesti, siamo giunti alla conclusione che vie di mezzo non ne esistono: o si comprano macchinari da tipografia, per i quali poi occorrono locali e personale specializzato, o si esternalizza.

Oggi, ennesima riunione per decidere delle sorti delle ormai ammuffite pubblicazioni. Perennemente non soddisfatto delle nostre anche un pò sarcastiche risposte in merito a questa smania tipografica, che fatalmente si risolverà in una spesa faraonica di macchinari che prenderanno la polvere dopo le prime 50 copie faticosamente e “inespertamente” sfornate, il capo ad un certo punto ci guarda tutti schifato, poi guarda la segretaria, una giovane bionda di bell’aspetto e le dice queste testuali parole: “E’ POSSIBILE AVERE UN RAPPORTO CON UN TIPOGRAFO?”

“Come no” risponde lei serissima, dotata di grande sense of humour, e non è un ossimoro, “Se è un uomo normale … ” Le risate ci hanno talmente soffocato che la riunione si è sciolta con un nulla di fatto.

Ma se pò campà accussì?

Discussioni

Sono reduce da una vivace discussione col capo che in altri tempi avrei anche potuto chiamare scazzo, ma ormai dato il caldo e il megalavoro che ci attende per i prossimi roventi giorni posso tranquillamente catalogare come scambio di idee.

Lui sostiene che l’orientamento politico della nostra regione sta lentamente ma inesorabilmente spostando il timone da centro – sinistra verso centro – destra, e che noi, che siamo struttura di servizio (e quindi vendibili al miglior offerente, N.d.A.) dobbiamo adeguarci. E lui infatti si sta adeguando, con telefonate rapporti relazioni pranzi cene micio micio e carezzine varie. Non ho niente da obiettare al riguardo, la nostra è una impresa che deve pensare al fatturato, e ognuno ci pensa come meglio gli riesce, e notoriamente la fedeltà ad una causa non è il modo migliore.

Il problema è che secondo lui questa operazione di fiutamento dell’aria e salita sul carro del prossimo vincitore è in qualche modo frenata dalla circostanza che lui è circondato (mi si perdoni l’allitterazione) di sporchi comunisti, fra i quali senz’altro si annovera la sottoscritta, i quali sono invitati immantinente a cambiare casacca e indossare camicie nere o cravatte azzurre, please, pena l’affondamento dell abarca con tutti i suoi topi a bordo.

E qui divergo. La mia opinione è che IO sono una dipendente – collaboratrice – tuttofare, chiamatemi come volete, ma comunque faccio parte, insieme ai miei compagni trotzkisti, dello staff tecnico, tenuto ad assicurare la qualità tecnica delleproduzioni. TU sei il capo, TU decidi che indirizzo dare alla baracca, poi dici a ME cosa devo fare, e io la faccio nel migliore dei modi possibili. Che poi il frutto del mio sudore vada a finire in mano a Forza Italia piuttosto che ad AN non sono cavoli miei, può dispiacermi ma tanto non porta la mia firma come persona, ma come impresa, collettiva, globale.

In forza di questo TU non puoi chiedermi di cambiare bandiera per il bene della società.

Tanto non l’avrebbe fatto nessuno, era solo una provocazione.

Chi ha ragione?

Pettegolezzi

La telefonata è arrivata. Confermata la SPLP per il 20 Agosto, con un sadismo istituzionale degno di Mengele. Prevedo piani ferie che coinvolgerano il fresco mese di Settembre, quest’anno, nel quale ovviamente pioverà a dirotto e ci saranno 12 gradi centigradi come temperatura massima, mentre ora stiamo bollendo come zucchine nel minestrone e il sole splende rovente e incurante dei lavoratori atipici curvi cui pc.

Ieri sera era il compleanno di una delle mie amiche di vecchia data, e ci siamo ritrovate in 4 femminucce virgola 5 (una delle 4 è incinta di 7 mesi, e aspetta appunto un’altra femmina) a fare uno sport che le donne meridionali di qualunque età adorano, ovvero il “taglia e cuci”. Ieri sera in particolare sono stati aggiornati i database, con una lunga elencazione di fidanzamenti, matrimoni, separazioni, divorzi, annullamenti, vedovanze, un sospetto di omosessualità in una persona finora catalogata come etero, vecchie coppie scoppiate che si ritrovano, numero di figli, figli in comunità di recupero, e via inserendo dati, correggendo quelli imprecisi, aiutandoci a vicenda su nomi e cognomi, parentele, rapporti vicini e lontani.

E qualche ricordo di gioventù, che inizia con la frase: “Chissà che fine ha fatto X, ve lo ricordate X?” e lì subito un’altra interviene dicendovi per filo e per segno che fine ha fatto X, e già che c’è anche Y e Z, ricordati per assonanza o affinità concettuale.

E’ stata avviata una indagine poliziesca da svolgere fuori città, restringendo il campo di indagine a miei concittadini che abbiano la casa al mare in un certo comune della costa, e che l’abbiano in quel palazzo dove c’è quel bar – ristorante – pizzeria.

Che volete, la città è piccola e la gente parla. Vi giuro, senza cattiveria. Ci credete?