E prima ancora

21 luglio 2010

Cominciamo dalla fine? La fine è stato tornare nello stesso albergo, in una rovente domenica di luglio, a fare niente cercando di inghiottire il magone. E’ stato bruttissimo perchè ogni movimento mi ricordava che la vacanza era finita, e invece fino a poche ore prima non lo era ancora. Ho provato ad uscire, ma la domenica d’estate a Roma i romani se ne vanno, e la città sembra un luogo abbandonato dopo un disastro nucleare e rioccupato da alieni: cingalesi, indiani, greci, africani del mediterraneo, cinesi e poi schiere di giapponesi dietro a una giapponese con un ombrellino, americani (a tonnellate), francesi, tedeschi, slavi. Tutte le etnie del mondo, tranne gli italiani. E forse è meglio così.

Prima c’era stato l’aeroporto, il luogo che odio di più al mondo. Code per controlli sempre temuti e sempre inutili, code per passare valigie sotto un metal detector. A quel punto bisogna separarsi, il metal detector è il punto di confine fra il nodo e il suo taglio, fra chi vola verso Ovest e chi scende in treno verso sud. Il punto della massima sofferenza, poi piano piano passa. Si esibisce la sofferenza agli occhi vuoti di baristi e hostess e personale di terra con le tute arancioni che guarda, sempre più stupita che partecipe, le lacrime che non si riescono a fermare.

Prima ancora c’era stato il viaggio che dal mare porta verso la montagna passando per altre montagne, coperte di boschi, dove si indovinano i sentieri lungo i quali si arrampicarono i trecento di Carlo Pisacane, prima di morire per mano di oppressi che non volevano essere liberati. A farla in senso inverso, quella strada, sembra impossibile che porti verso il mare, tanto la montagna è erta e il bosco è fitto: eppure ad un certo punto la montagna si apre e in fondo, nell’ultimo spicchio di bosco, si vede l’azzurro. Il mare, la vacanza.

Mi ha preso una sorta di nostalgia infantile, bellissima a ritrovarsi: la gioia primordiale del primo piede messo sulla sabbia, l’odore di Coppertone e di gomma delle ciambelle e del canotto, le grida di bambini, la radio, le chiacchiere della signora dell’ombrellone affianco.  Dopo le dodici il pubblico dei bagnanti, composto in grande maggioranza da famiglie giovani con bambini piccoli e piccolissimi e da persone anziane o decrepite, risaliva verso la pineta, il fresco delle stanze, il pranzo. La spiaggia restava nostra, e la si poteva guardare dalla terrazza: il sole che fa luccicare l’azzurro, il rumore della stoffa dell’ombrellone tesa dal vento, che fa cigolare le corde con le quali l’ombrellone è legato al parapetto. Un rumore marino, se si chiudono gli occhi si può pensare di essere sulla tolda di una barca a vela, davanti solo il mare, il legno caldo sotto i piedi nudi.

L’acqua era verde o blu, a seconda delle ore del giorno, ferma come una tavola, trasparente sempre. Così trasparente che si vedeva chiaramente il fondo, alcune decine di metri sotto, così chiaramente che  evitavo di guardare di sotto per non farmi venire le vertigini, mi pareva di stare sospesa sul precipizio. Per rito e quasi scaramanzia arrivavavamo ogni giorno a nuoto alla boa che segna il confine al di qua del quale le barche a motore non possono arrivare. Ci siamo divertite a doppiarla, battendoci sopra con le nocche per farla suonare, per provare che eravamo arrivate fin là. Ci siamo arrostite al sole, e nutrite quasi esclusivamente di pesce, frutta, granite, gelati e mojito.  Vacanza, insomma.

Prima ancora c’era stata la gioia pura dell’attesa dell’arrivo, dell’avvento, che è sempre meglio dell’arrivo vero e proprio, come aveva già astutamente intuito quel gobbo secchione di Giacomo Leopardi.

E’ stato bello, comunque. Abbiamo riso moltissimo. Stasera il post mi è uscito un pò intimista e malinconico, ma le cose che ci hanno fatto ridere me le ricordo tutte. Le racconto un’altra volta, in un’altra puntata.

Come se non bastasse

27 giugno 2010

Ne ho la certezza, quasi al 100%: l’inquilina del secondo piano è anoressica. Oppure ha problemi seri con l’apparato gastrointestinale. E’ magra come un chiodo, una magrezza esagerata che le ho perfino invidiato, all’inizio. Mascherata d’inverno da cappottoni sciarpone cappelloni non ci avevo fatto caso più di tanto. Adesso, i jeans elasticizzati aderiscono come una seconda pelle a gambe fatte praticamente solo di ossa. La vedo camminare e mi stupisco di come riesca a stare in piedi: si muove cauta, come un uccellino, come se avesse paura di spezzarsi. La settimana scorsa è salita su da me per discutere un piccolo problema condominiale: era ancora più scheletrica. Gliel’ho fatto garbatamente notare, preoccupata, e lei mi ha raccontato che le è morto il cagnolino, uno yorkshire silenzioso come lei che la seguiva ovunque, senza necessità di guinzaglio. E che l’elaborazione del lutto la prendeva allo stomaco, era inappetente e effettivamente aveva perso peso. Le guardavo il volto scavato, il petto praticamente privo di seno, e pensavo che con qualche chilo in più addosso sarebbe una bella ragazza, è alta, proporzionata, le gambe lunghe, una gran massa di capelli neri e mossi. L’ho bonariamente invitata a non trascurarsi, e l’ho invitata a cena. Invito declinato, come molte altre volte.

Ma ovviamente non è tutto qui, una può essere così magra per costituzione, beata lei. 

Però l’inquilina del piano di sotto vomita, tutti i giorni, forse più volte al giorno. Uno dei pregi di questi appartamenti è che sono spesso immersi in un silenzio totale, ideale per riposare e per pensare. E in questo silenzio totale, acuito dall’ora tarda o dalla giornata festiva, io la sento distintamente vomitare, al piano di sotto. La prima volta era notte, era inverno, pensai che avesse l’influenza. Ma è successo troppe volte per essere un fatto transitorio, un malessere passeggero, un’indigestione, un virus. Ora, mentre scrivo, sento distintamente gli sforzi che sta facendo per vomitare. Non è il rumore di chi vomita suo malgrado, come succede quando si mangia qualcosa che ci ha fatto male. E’ il verso rantolante di chi sta facendo ogni sforzo possibile per tirare fuori dallo stomaco qualunque cosa possa esserci finita dentro.

Può essere tutto un equivoco, naturalmente. Può essere semplicemente una persona cagionevole di salute, o con qualche serio problema di gastrite nervosa. Però la domanda è: che faccio? faccio finta di niente e me ne frego? se glielo dico, che la sento vomitare, non peggioro la situazione, mettendola ancora più in ansia (se davvero è anoressica?) che si fa in questi casi? non ci conosciamo affatto, siamo due cortesi signore che abitano per pura combinazione da circa un anno nello stesso palazzo (fatto di soli 3 appartamenti) che condividono l’ascensore e alcuni aspetti della nostra vita: tutte e due single, tutte e due quarantenni. Ma si può essere anoressiche a 40 anni? Non è in genere un problema dell’adolescenza, che magari si protrae fino ai 25-30 anni, poi o si guarisce o si muore? Potrebbe essere un fatto sporadico, dovuto in effetti allo stress della morte del cagnolino, e io sono stata fuorviata dalle mie letture in materia? Devo chiederle se per caso non abbia perso le mestruazioni?

La strada che non presi

18 giugno 2010

I shall be telling this with a sigh
Somewhere ages and ages hence:
Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
and that has made all the difference.
(“The road not taken”, Robert Frost)

Le motivazioni razionali sono state affrontate con metodo razionale e direi quasi scientifico: tirare una riga su un foglio e scrivere a destra i pro (molti), a sinistra i contro (uno solo). E quindi non c’è stata partita, diciamo la verità. Anche se ci ho pensato a lungo, scassando le balle a destra e a manca, facendo il giro di tutti i miei angeli custodi, sforzandomi di immaginare tutti i più tetri scenari, anche quelli più improbabili. Ma i pro erano sempre più dei contro, o forse così mi sono voluta convincere.

Adesso però arrivano le motivazioni emotive, che sono ben più dure da affrontare. perchè lì non esistono pro e contro, ma solo cose che fanno male o dispiacciono, contro cose che non si sa ancora quanto faranno bene. Non numeri, solo stati d’animo.  Che vanno affrontati uno per uno a mani nude, in lunghe notti più o meno insonni passate a vagliare cose impalpabili e viscide come il coraggio, l’affidabilità, la lealtà, la nostalgia, il sentirsi parte di qualcosa, la nicchia ecologica che tutti noi ci siamo scavati intorno, in un modo o nel’altro, e fa fatica abbandonare.

Two roads diverged in a wood, and I–
I took the one less traveled by,
and that has made all the difference.

Era meglio morire da piccoli

7 giugno 2010

E’ sicuramente per un intento brunettianamente punitivo che il combinato disposto fra il caffè della macchinetta (ingredienti: acqua, caffè in polvere, cozze, Viakal) e uno snack preso alla medesima macchinetta (ingredienti: cioccolato [tracce], grassi idrogenati, cemento a presa rapida, calce viva, coloranti, merda di piccione) faccia passare brutti quarti d’ora gastrointestinali a chi si azzarda al consumo.

Così imparate a voler fare una pausa senza uscire dall’edificio, bastardi scansafatiche.

Chi lascia la via vecchia

31 maggio 2010

Ufficio, 11 Maggio 2010, mattina

Compagno di stanza: “Ma porc.. il pc non si accende più. Morto.”
Io: “Hai provato a fare così? a fare cosà? cambiato la ciabatta? chiamato un esorcista?”

[N.d.R.: i nostri pc ci sono stati gloriosamente dati in dotazione a Maggio 2004, quando facevamo il nostro trionfale ingresso nel dorato mondo dei precari della Pubblica Amministrazione. Li abbiamo gelosamente custoditi e manutenuti finora, ma se è vero che un pc diventa obsoleto ogni sei mesi, i nostri sono morti che camminano]

Compagno di stanza: “Si, fatto così e cosà, è morto. Chiamo l’assistenza”

Dopo un’ora il tecnico è nei nostri uffici. Constata pigramente che effettivamente il pc sembra morto, se lo porta. Dopo 24 ore arriva con un pc nuovo di zecca, compresi tastiera e schermo piatto megafico 16:9 granduff  lupmann. Constato il solertissimo cambio e chiamo a mia volta l’assistenza.

Io: “Ho visto che avete cambiato il pc al mio collega perchè era rotto. Il mio funziona (a criceti, ma funziona): però se gli do una martellata, così da ammortarlo per sempre, lo venite a cambiare anche a me?
Tecnico (risatina): “Signo’, non c’è bisogno di prenderlo a martellate. Fate una richiesta, fatela controfirmare da capufficio, Direttore, Presidente della Repubblica, Gesù Cristo in persona e poi mandatecela per fax”.

Faccio religiosamente tutta la trafila, compresa la firma di Nostro Signore. Spedisco il fax.
E’ venerdì 14 Maggio 2010.

Ufficio, 24 Maggio 2010.

Io: “Scusate, avevo mandato una richiesta di sostituzione del pc obsoleto. Sono passati dieci giorni. A che punto siamo?
Tecnico: “Quando l’avete mandata?”
Io: “Dieci giorni fa”
Tecnico: “Non la trovo. Rimandatemela”

La rimando.

Ufficio, Venerdì 28 Maggio 2010, ore 13:00
Arriva il tecnico e si porta via il vecchio pc (solo la tower).

Ufficio, Lunedì 31 Maggio 2010.
Arriva il tecnico e mi porta il nuovo pc, nel quale ha diligentemente travasato tutto il contenuto del vecchio (almeno io così spero, se no mi sparo). Mi viene un leggerissimo sospetto quando constato che solo lo schermo viene estratto effettivamente da uno scatolo, e quindi sembrerebbe nuovo di pacca. La tower invece è portata a mano nuda come un agnello sacrificale. Il sospetto aumenta quando constato che sulla tower è applicato un adesivo dell’Ufficio Economato sbiadito e semistaccato. Il sospetto diventa certezza quando mi viene fatto firmare un foglio di ricevuta nel quale sono state cancellate le credenziali stampate e sostituite a penna con le mie. La certezza si rafforza quando apro il pc e trovo oltre alle mie alcune cartelle con nomi di – suppongo – colleghi, che per fortuna non si aprono. E infine, per la serie “l’erba del vicino è sempre più verde”, io, chissà perchè, ho diritto ad una tower e ad uno schermo, ma non ad una tastiera e ad un mouse, che infatti restano quelli che sono; il tecnico che era venuto per il mio collega ha installato tutto e razionalizzato il cascame dei fili con bellissimi porcellini di gomma; il mio lascia tutto pendente e intricato, con le plastichine originarie attaccate, e se ne va, e pure sbuffando.

Insomma, ‘sto computer sembra essere il frutto di una “razionalizzazione” delle assegnazioni: qualcuno è andato in pensione, o ha cambiato ufficio, o è stato buttato fuori a calci nel culo e non si è portato dietro il pc, che è stato “riassegnato”. Spero di trovare qualche foto compromettente scordata negli archivi e poterci almeno lucrare qualcosa. E infine: una nuova policy regionale impone che si debba passare attraverso il servizio assistenza per installare qualunque cosa. Ingenua, mi sono fatta installare Skype, pensando fosse sufficiente. Oggi scopro che non posso guardare i video, mi devo far installare Flash Player, e chissà quanta altra roba do per scontata  e invece non c’è  :( 

Me ne vado a casa pensando che fra me e il tecnico dell’assistenza nascerà una bella storia d’amore, se va avanti così.

E così

19 maggio 2010

E così in questo scorcio di primavera fredda come un inverno succedono un sacco di cose.  Il cubo di Rubik non si è ancora fermato, anzi direi che gira piuttosto vorticosamente, e quindi sospendo il giudizio sulle persone con le quali mi toccherà lavorare.  Ho salutato quelli con cui ho lavorato finora, tutti destinati a molto luminosi (e talvolta molto rognosi, anche) nuovi incarichi, e sto ancora elaborando il lutto.

[Piccola fiammiferaia mode on]
io ricomincio sempre daccapo, giro sempre intorno allo stesso punto come le pale della ruota di un mulino. Macino un sacco di farina, l’acqua sotto di me non è mai la stessa, ma io non capitalizzo mai quello che ho fatto, e ad ogni nuovo giro devo pure ringraziare il Padreterno che ricomincio dallo stesso punto da cui sono partita, e non da un punto più in basso. Grrrr.
[Piccola fiammiferaia mode off]

Tra le cose che succedono, c’è anche questa: che dopo 62 giorni circa dalla richiesta, finalmente mi vengono ad installare la linea telefonica, insieme ad un sontuoso e lussoso telefono Sirio del 1996.
E’ un giovedì.
Spedisco mail a destra e  a manca con il nuovo numero cui mi si può rintracciare quasi fossi un funzionario pubblico vero, con toni trionfalistici esagerati.
Il lunedì successivo vengo convocata dal nuovo DG che mi annuncia, con gli stessi toni che si usano per dire a una che ha il cancro, che la stanza dove sono collocata serve a lui, deve piazzarci qualcuno della sua segreteria.
E quindi ecco che in 48 misere ore lavorative ho perso stanza e telefono in un sol colpo. Mi tocca riscrivere a tutti con la coda fra le gambe, con lo stesso stato d’animo di chi aveva già mandato le partecipazioni di nozze il giorno prima di scoprire che il promesso sposo è scappato ai Caraibi con la sciampista del coiffeur sotto casa.  Ora condivido la stanza con un collega, e ho biecamente derivato la sua linea telefonica sulla mia scrivania, un duplex, praticamente, ma vabbè.

L’unica soddisfazione della giornata è stata che hanno stanato dalla sua collocazione anche Maga Magò, la terribile vicina di stanza, che all’annuncio del suo trasferimento due piani più sotto ha sparato raffiche di bestemmioni e vaffanculi assortiti che si sono sparsi per il palazzo, e hanno reso necessario l’arrivo dei negoziatori dell’FBI. Il fiume di improperi è continuato per tre giorni (tanto ci è voluto per fare il trasloco, un faldone ogni ora), e gli echi ogni tanto risalgono dai bassifondi, dove ora essa divide la stanza con una martire che faranno santa ben prima di Giovanni Paolo II.

Della Casa non è passato di qui

28 aprile 2010

Scambio abituale di saluti tra il collega (maschio, che viene a trovare la mia vicina di stanza con sospetta frequenza) e la mia vicina di stanza:

Lui: Vabbuò, cia’, Cla’
Lei: ‘Afangul’

Giù le mani da Bella ciao

25 aprile 2010

Quando andavo alle elementari, la maestra ogni tanto ci faceva cantare. Quando mancavano pochi minuti alla campanella di fine giornata, o il sabato. In piedi ciascuna vicino al proprio banco, con i grembiulini bianchi e il fioccone azzurro, una fascetta azzurra nei capelli, allineate e coperte come soldatini, cantavamo. La mia maestra aveva dei (vecchi) dischi, e un vecchio giradischi portatile: ci faceva sentire la canzone una, due, dieci volte, fino a che non imparavamo il testo e musica a memoria.

Il repertorio:

  • L’inno nazionale
  • Va pensiero (tutto: a tutt’oggi sfido chiunque a scrivere qui e adesso su un foglio di carta il testo completo del coro verdiano, senza consultare testi nè Google).
  • La leggenda del Piave.
  • Ave Maria (nella straziante musica di Schubert).
  • Resta con noi, Signore, la sera.

E Bella ciao.  Nella versione a marcetta, con tanto di battito di mani ritmato durante il ritornello.

La mia maestra poteva essere definita in molti modi, ma sicuramente non “comunista”. Era una cattolica integralista senza riserve, una donna dalla disciplina inflessibile, e sono sicura che ha votato Democrazia Cristiana tutta la vita, e con convinzione.

Però veniva dalla guerra. Lei c’era, e sapeva come era stata. Con lei, sarebbe stato difficile sostenere che il peso della liberazione l0 hanno sostenuto per intero gli americani. Chi l’avesse detto davanti a lei si sarebbe beccato un ceffone di quelli che sapeva dare con le sue mani callose, che hanno insegnato a tutte noi il valore della disciplina e il timore, oggi mito estinto, dell’insegnante. E quindi insegnarci Bella ciao le pareva il minimo per una maestra, per una che deve presidiare la formazione, che deve plasmare nuove generazioni, come una volta facevano le maestre.

Non bisogna dimenticare, era il suo messaggio.

E quindi, in memoria della mia meravigliosa maestra, e di quella bimbetta con fioccone blu che cantava in coro con altre 25 bimbette vestite tutte uguali, battendo con gioia autentica le mani durante il ritornello, non vi azzardate a toccare Bella ciao, nè quello che significa.
Non ve lo consento.

Chissà se è un bene

24 aprile 2010

Constato con un filo di ansia che – per motivi vari e diversi - do del tu (potrei farlo, almeno: l’ho fatto fino a  ieri, adesso chissà se mi verrebbe consentito) a 4 assessori su 6 della nuova Giunta regionale.  L’anzianità di conoscenza e – talvolta – di frequentazione con ciascuno di loro va da un minimo di 10 ad un massimo di 30 anni. Uno di loro l’ho conosciuto bambino, un altro ha conosciuto bambina me.

Possibili spiegazioni:

1. sto diventando vecchia; 
2. il paese è piccolo, signora mia, e e gira e rigira siamo sempre gli stessi;
3. puro accidente statistico.

Il quadratino del cubo di Rubik

23 aprile 2010

Succede sempre così: ci sono le elezioni amministrative, e cambiano gli assessori. Quelli poi cambiano anche se c’è una cooptazione post dimissioni, un rimpasto, un mini-rimpasto, un CognomePresidente Due (o Tre, o Quattro, vabbè). Il sistema con il quale insieme agli assessori cambiano i suoi più diretti collaboratori è per un terzo puro spoil system, per un terzo puro salagadulamagicabula, per un terzo pura casualità. Il cubo di Rubik delle nuove collocazioni politiche e dirigenziali gira, in mano a mani invisibili e imponderabili, che cercano di risolverlo, ovvero di trovare la formula magica per la quale tutte le righe e le colonne (dello stesso colore, ma anche no, anzi soprattutto no, in questo la metafora è alquanto imperfetta) si trovino al posto giusto, tutte nella stessa faccia.

Ora, non dico niente di straordinariamente eversivo se affermo che ci sono persone con le quali (A)  mi piace lavorare, altre con le quali (B) mi posso adattare a lavorare, altre con le quali (C) non vorrei mai (più) lavorare. A volerla dire tutta, ci sarebbe anche una categoria (A++), ovvero persone con le quali mi piace MOLTO lavorare, ma non vorrei sembrare petulante. Purtroppo la mia mobilità all’interno degli uffici è pari a zero, nel senso che una volta che mi hanno inchiodato in un posto o in un ruolo diventa un’impresa titanica schiodarsene, ed in genere non ne vale la pena, perchè nel tempo che ci metto io a schiodarmi nel frattempo la giostra ha ripreso a girare.  Nessuno guarda mai il problema dal punto di vista mio, dell’ultima ruota del carro, del quadratino del cubo di Rubik che sta al centro, fermo, mentre tutto il resto intorno ruota, sperando che quando la mano invisibile avrà trovato la soluzione e poserà il cubo, i quadratini che mi troverò vicino siano quadratini almeno appartenenti alla categoria (B), se non addirittura – ehh ma quante ne vuoi – alla categoria (A) o – esagero – alla categoria (A++).

E così io, quadratino, aspetto.